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Alle origini del trauma: credere di non poter essere altro

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La parola trauma deriva dal greco τραῦμα, -ατος, che significa “ferita”. Il trauma come ferita psicologica nasce dall’esperienza, che si verifica principalmente (non esclusivamente) nell’infantile e nel processo educativo, nelle relazioni primarie con le figure di attaccamento. Si tratta di un’esperienza di violenza, a vari livelli, violenza sessuale, maltrattamento fisico, trascuratezza emotiva, mancato riconoscimento di alcuni bisogni del bambino. La violenza a qualsiasi livello è una negazione dell’alterità della persona, della sua volontà, della sua soggettività ed unicità ed il tentativo di piegarla come un oggetto, il tentativo di renderla uguale a come la si vuole, per assolvere al proprio bisogno egoistico.

Tutto ciò avviene molto spesso involontariamente: inconsapevolmente si compie violenza, per incapacità di comprensione dell’altro, ma soprattutto per incapacità di comprensione di sé stessi. Il trauma, tuttavia, non è tanto nell’esperienza di negazione e violenza, quanto piuttosto da ciò che apprendiamo da quell’esperienza di negazione. L’esperienza di negazione più è forte più sarà rigido e assoluto l’apprendimento, sotto forma di schema di pensiero automatico che ne dedurremo. Più è rigido e assoluto lo schema di pensiero più saranno intense o compromesse le emozioni provate e la difficoltà di gestirle (disregolazione emotiva) e di conseguenza anche reazioni e comportamenti insani, disfunzionali e violenti.

Uno schema di pensiero è tanto più rigido e assoluto più è rigida la convinzione che NON SI PUO’ FARE, ESSERE, AVERE, tanto più è rigida la convinzione che le cose DEVONO ESSERE SEMPRE (o MAI) in un modo soltanto, senza accettare alcuna eccezione.

Dall’esperienza della negazione, apprendiamo che NON é possibile essere, fare o avere qualcosa, che per essere al sicuro non possiamo essere ALTRO, ma dobbiamo essere UGUALI. La paura di ognuno di noi è legata alla paura di poter essere quello che gli è stato negato perché ha appreso che se fosse altro allora perderebbe la sicurezza, non sarebbe accettato, non sarebbe amato. Questo meccanismo non fa che perpetrare la negazione che abbiamo vissuto nell’esperienza, noi continuiamo a perpetrarla ai nostri danni e a danno degli altri che ci stanno intorno.

È così che il trauma si tramanda anche di generazione in generazione. Gli apprendimenti e schemi di pensiero automatici basati sull’esperienza della negazione, se non compresi ci portano a ripetere quell’esperienza di negazione. È questa mancanza di conoscenza e comprensione di sé che rende il trauma qualcosa di tramandabile, qualcosa che sembra naturale e che non può essere spezzato. Il trauma è invece culturale, è qualcosa che nasce dall’esperienza relazionale e giace negli apprendimenti e nei modi di pensare. Sono questi che dobbiamo re-strutturare per spezzare il circolo vizioso del trauma.

Come? Iniziando a credere di poter essere quell’altro che ci è stato negato e che abbiamo negato a noi stessi. Accogliendo la paura e il dolore di non essere stati amati, visti e riconosciuti per quello che siamo davvero. È nel concedersi la possibilità di essere ALTRO, anziché rimanere nella negazione dell’UGUALE, del dover essere, che si esce dalla condizione della dipendenza in cui la sicurezza e l’essere amati dipendono da un se…allora, e si passa ad una condizione di indipendenza in cui la sicurezza e l’amore si hanno anche se non si è come si dovrebbe, e dove si può essere interamente, pienamente  sé stessi.

Il passaggio dalla dipendenza all’indipendenza, dalla paura di dover essere uguale alla fiducia di poter essere altro, dalla negazione all’accettazione, dalla paura di non essere amato alla voglia di amare, può avvenire se l’individuo sceglie di prendersi la responsabilità di sé stesso, dei suoi bisogni, delle sue emozioni e dei suoi pensieri. Se sceglie di attivare l’autoriflessività, anziché continuare ad andare in automatico, se sceglie di vedere la verità, se sceglie di conoscere sé stesso in profondità.

Questa è l’unica strada per interrompere il trauma che giace essenzialmente nel pensiero, nel modo in cui interpretiamo la realtà, nel modo in cui creiamo relazioni e diamo senso al mondo. Imparare ad amare significa imparare a dare nuovo senso. Per imparare ad amare allora bisogna partire dall’imparare a pensare in maniera flessibile e complessa, nell’accettare e tenere insieme l’uno e l’altro dentro di noi e fuori.

Questa nuova forma di pensiero basata su accettazione, fiducia e comunicazione è la forma di razionalità che abbiamo bisogno per essere umani. È una razionalità emotiva che nel tenere insieme la possibilità dell’uno e dell’altro, della complementarietà del loro avvicendarsi, ha una potenzialità creativa. Contrariamente al pensiero duale che nega l’altro e che distrugge. La razionalità umana è capace di entrambe le cose: creare e distruggere. Molto spesso non ci rendiamo neanche conto che distruggiamo. Distruggere è molto più semplice ed automatico, lo abbiamo visto. Creare richiede tempo, conoscenza, responsabilità, pazienza, fiducia.

Creare, crescere, credere hanno tutti la stessa radice. Per crescere come esseri umani, individui e società, dobbiamo essere in grado di creare e per essere in grado di creare dobbiamo essere in grado di credere. Sembrerà assurdo a molti, ma credere è la cosa più razionale che possiamo fare. Per credere si intende avere fede – non la cieca feda religiosa che ci prescrive verità assolute alle quali conformarci. Credere e avere fede significa pensare possibile l’altro, ciò che è stato impossibile, ciò che ci è stato negato. Non significa credere che tutto sia possibile, ma significa tenere per vero sé stessi. Verità di noi stessi che possiamo avere quando smettiamo di nasconderci, di negare ciò che siamo, ed iniziamo a sentire e ad accogliere ogni parte di noi. Verità che si trova nell’ integrare l’uno e l’altro principio, quando riusciamo a con-tenere la molteplicità che abita dentro di noi e poi nel mondo fuori.

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