La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e maggio 2024. La quinta puntata metteva al centro il tema dell’autonomia.
È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei,
quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente:
ti brucia dentro, ed è un vero supplizio.
Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci.
Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno,
ripresentarti per quell’esperimento,
sapere se sei realmente in grado d’amare.
È questa la domanda
– sei capace d’amare te stesso? –
e sarà questa la prova
Questa citazione attribuita allo psicanalista Carl Gustav Jung mi permette di parlare ancora una volta di amore e di relazioni. Magari ad alcuni potrò risultare noiosa o monotona, ma mi chiedo quale altra lezione può esserci più importante nella vita umana se non quella che ha a che fare con l’imparare a stare bene con sé stessi e con gli altri? Per questo le relazioni e l’amore sono spesso al centro delle mie parole, perché è su questo che oggi più che mai, come società, abbiamo bisogno di riflettere.
Perché dovrebbe essere “facile amare qualcun altro” come dice Jung? E qual è la differenza tra amore vero, attaccamento o dipendenza? Proviamo a capirlo insieme, come sempre partendo dall’etimologia delle parole.
Il verbo dipendere viene dal latino “dependere”, composto da de- e pendere, che letteralmente significa “essere appeso, attaccato”, anche discendere da, essere in necessaria relazione.
Quando siamo piccoli siamo in necessaria relazione con i nostri genitori che si prendono cura di noi, dei nostri bisogni, perché noi non siamo autosufficienti, non bastiamo a noi stessi, abbiamo bisogno di aiuto. Questa condizione di necessità, ci rende chiaramente soprattutto da piccoli in una posizione di dipendenza, di subalternità, di mancanza.
Si parla in psicologia di stili di attaccamento. Attaccamento che è il più delle volte, in ognuno di noi, un attaccamento insicuro (ansioso, evitante o disorganizzato) e raramente sicuro, perché nel prendersi cura di noi i nostri genitori (o chi per loro, le nostre famiglie in genere) ci hanno fatto mancare qualcosa(involontariamente molto spesso), hanno mancato nel soddisfare alcuni nostri bisogni.
Così crescendo costruiamo un’immagine negativa o di noi stessi o degli altri, o di entrambi. Ciò è legato proprio alle ferite emotive e bisogni insoddisfatti dell’infanzia, dai quali il bambino apprende schemi di pensiero e di comportamento che diventano poi automatici e inconsapevoli, ma che lo guidano anche da adulto.
Il problema sta in questa condizione di insicurezza: anche crescendo tali mancanze tendono a permanere, non scompaiono magicamente. Ripetiamo in automatico ciò che abbiamo già vissuto. I bisogni insoddisfatti nell’infanzia chiedono di essere soddisfatti ancora in età adulta e guidano i nostri comportamenti e dinamiche relazionali.
Spesso, infatti, per soddisfare questi bisogni ci rivolgiamo all’altro, al partner, ma anche all’amico, al collega e così via. Cerchiamo nelle relazioni con gli altri ciò che manca a noi stessi. In questo senso abbiamo ancora bisogno dell’altro per sentirci al sicuro, per sentirci al completo. Ma così facendo, lungi dal sentirci realmente sicuri, non facciamo altro che restare ancora in una condizione di dipendenza o attaccamento insicuro, come insegnano gli psicologi a partire da John Bolwlby.
Pensateci bene quante volte vi siete avvicinati, avete legato o vi siete innamorati di persone, avete stretto “necessarie relazioni” perché, neanche troppo inconsapevolmente, quelle persone possedevano quello che a voi mancava tanto? Così avrete pensato con quella persona accanto, che ha quello che mi manca, che mi completa sarò felice, andrà tutto bene. E quante volte immancabilmente i castelli sono caduti giù?
Le basi erano precarie sin dall’inizio perché inconsciamente chiedevate all’altro di essere ciò che vi mancava, ciò che voi credevate di non poter essere. Chiedevate all’altro di soddisfare quei bisogni insoddisfatti che vi portate dalla vostra infanzia, anziché imparare voi a prendervi cura di voi stessi, anziché diventare pienamente responsabili di voi stessi, delle vostre decisioni, (re)azioni ed emozioni, anziché trovare in voi stessi quello che vi manca e non più cercarlo all’esterno. Anziché diventare autonomi ed indipendenti.
La parola autonomia deriva dal greco dove “auto” significa stesso (sé stesso), e “nomia” dal verbo “nemo” che significa governare, quindi il significato di autonomia è quello di autogoverno o meglio di autodeterminazione che è l’opposto di dipendenza. Diventare autonomi allora significa affermare sé stessi, quello che si è, i propri valori, avere la forza di stabilire i propri confini personali, rivendicare i propri diritti e le proprie decisioni.
Essere autonomi ed indipendenti non ha un risvolto solo pratico, semplicemente nell’essere in grado di fare le cose concrete senza l’aiuto degli altri, ma sta anche nella capacità di sentire e prendersi cura delle proprie emozioni, dei propri bisogni. Essere autonomi significa così non aver bisogno degli altri, nel senso di non dover necessariamente entrare in relazione con gli altri per vedere soddisfatto un proprio bisogno, ma poter scegliere quando, come e con chi entrare in relazione.
“Sei capace d’amare te stesso?” – questa è la domanda e la prova più difficile, che ognuno di noi è chiamato ad affrontare. E’ il viaggio, per antonomasia, che siamo chiamati a compiere, ognuno di noi come singolo, senza l’aiuto di nessuno. Nessuno può salvarti. Nessuno può insegnarti ad amare te stesso, è l’unica lezione che devi imparare da solo.
Al massimo è l’importanza di amare noi stessi che può esserci insegnata(ed oggi lo è troppo poco). Ciò non significa neanche che non dobbiamo chiedere aiuto ad un esperto e rivolgerci ad un terapeuta quando stiamo male. Andare dallo psicanalista è per chi ha il coraggio di vedere la verità di sè, per chi ha il coraggio di ammettere i problemi e per chi vuole risolverli. E’ giusto, quindi, chiedere aiuto, farci indicare la strada per auto-osservarci e analizzarci, tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che non sarà il terapeuta a farlo per noi, siamo noi e solo noi a dover trovare quella strada e percorrerla. La nostra strada per fare ritorno a casa.
Anche se cresciamo con uno stile di attaccamento insicuro che ci guida nelle relazioni con gli altri, non è mai troppo tardi per imparare ad essere sicuri. Gli psicologi parlano di “attaccamento sicuro appreso” e si sostanzia nell’apprendimento dell’amore di sé, nella fiducia in sé stessi, negli altri e nella vita.
Citando il libro “D’amore ci si ammala, d’amore si guarisce” che vi suggerisco in fondo a questa newsletter (insieme all’ultima puntata del mio podcast in cui ne parlo nel dettaglio): “amarsi significa avere fiducia in sé stessi a tal punto da affermare la propria autonomia, a tal punto da potersi lasciare andare alle emozioni e ai legami, perché anche se gli altri ci feriscono, sappiamo bene di poter guarire”.
Oggi dire cosa significa amare non è facile. E’ più facile dire cosa non è amore: non è possesso, non è controllo, non è gelosia, non è sacrificio o abnegazione di sé stessi, non è nemmeno egocentrismo. Amare non ha a che fare con dipendere, evitare, o qualsiasi modo per cercare sicurezza nell’altro. Forse allora è vero che “la miglior prova d’amore è la fiducia”(Joyce Brothers) e che “non ci può essere amore dove non c’é fiducia”(Edith Hamilton).
Per concludere, è solo imparando a conoscere noi stessi, chiedendoci quali sono i nostri bisogni insoddisfatti, auto-osservando i nostri comportamenti, le nostre reazioni e le nostre emozioni(e in questo il nostro corpo ci manda importantissimi segnali) che possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi. Comprendendo e sapendo ascoltare noi stessi possiamo essere in grado di auto-accudirci, di essere autonomi, di amarci.
Ed è solo imparando ad amare noi stessi fino in fondo che saremo in grado di amare veramente gli altri, e questo amore sarà il frutto di una scelta libera e consapevole.
Consigli di lettura e ascolto:
- Riscrivi le pagine della tua vita di Ana Maria Sepe e Anna De Simone (Psicoadvisor)
- D’amore ci si ammala, d’amore si guarisce di Ana Maria Sepe e Anna De Simone (Psicoadvisor)
- Ali e radici: dodicesima e ultima puntata del podcast “Il mondo di Sofia” che fa una sintesi del libro sopracitato, parlando di quali sono i bisogni insoddisfatti della nostra infanzia e come condizionano le nostre relazioni di oggi



Comments are closed.