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Le parole ci salveranno – #4 Addio e separazione

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La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. La quarta puntata era sul tema dell’addio e della separazione.

If I should stay
Well I would only be in your way
And so I’ll go, and yet I know
I’ll think of you each step of the way

And I will always love you
I will always love you

Bitter-sweet memories
That’s all I’m taking with me
Good-bye, please don’t cry
‘Cause we both know that I’m not
What you need

But I will always love you
I will always love you

And I hope life, will treat you kind
And I hope that you have all
That you ever dreamed of
Oh I do wish you joy
And I wish you happiness
But above all this
I wish you love

I love you
I will always love you

“I will always love you” è una canzone che conosciamo tutti, resa celebre dalla versione cantata da Whitney Houston nel 1992. In pochi sanno però che il brano è in realtà di Dolly Parton, cantante country, che ne pubblicò la versione originale nel 1974. Inoltre, anche se “I will always love you” è spesso vista come la canzone per eccellenza quando si parla d’amore, in realtà si tratta di una canzone di addio e di separazione.

A distanza di quasi 50 anni dalla sua pubblicazione, questa canzone, ancora oggi così celebre, ci offre lo spunto e mi permette di parlare del significato di queste due parole.

Addio è una locuzione che significa “a Dio”, che sottintende “ti raccomando a Dio”; anche il termine inglese Good-bye sembrerebbe significare “Dio sia con te”.

L’addio che diciamo quando partiamo, quando ci allontaniamo, quando ci separiamo da qualcuno, allora sottintende un augurio di bene, una speranza che le cose possano andare nel migliore dei modi. L’addio in questo senso è un affidare ed è un affidarsi. E’ come se si dicesse “io per te non posso fare più niente, non mi è possibile, anche se lo vorrei, che sia allora qualcun altro di superiore a prendersi cura di te”. O per meglio dire usando le parole della canzone, traducendo “spero che la vita ti tratti con gentilezza, spero che tu possa avere tutto quello che hai sempre sognato, ti auguro la gioia e la felicità, ma sopra ogni cosa ti auguro l’amore”.

Dire addio alle persone, ai luoghi, ad un lavoro, ad un periodo della nostra vita, anche ad un oggetto, è qualcosa che ci tocca quasi quotidianamente, perché è l’atto della separazione – che spesso temiamo tanto – una delle cose più spiccatamente umane. L’esperienza del separare, del dividere, del disgiungere sono tanto tipiche dell’uomo come quelle dell’unire e del congiungere. Perché sono entrambe necessarie per l’equilibrio tra vicinanza e lontananza in cui si iscrive la condizione dell’essere umano.

Separare viene dal latino e deriva dalla particella “se” che indica divisione, tradotto spesso con “via” o “senza” e “paro” che vuol dire preparare, disporre. Separare quindi implica una divisione ma si tratta di una divisione che dovrebbe preparare, portare a qualcosa di nuovo.

Una coppia, ad esempio, è un’unità talvolta che rischia di diventare una fusione. Il rischio dell’unirsi, del congiungersi è appunto l’annullamento delle reciproche diversità, dell’individualità di ognuno. L’estrema vicinanza in questo senso elimina ogni distanza. Ma questa non è la cifra dell’amore, bensì dell’insicurezza, dell’attaccamento, del bisogno. Allora alle volte la separazione avviene al fine di non perdere sé stessi, di non annullarsi. Al fine di rivendicare la propria alterità, il proprio essere Altro, di essere unico, di essere sé stesso.

Questo avviene anche quando ci si separa dalla propria famiglia d’origine, quando si lascia la propria casa per emanciparsi, crescere e diventare autonomi (praticamente quanto emotivamente). Separarci dalla nostra famiglia è necessario per differenziarci come individui unici. Non significa negare il passato, ma riconoscerlo, tenere ciò che di buono ci è stato insegnato, ma lasciare andare quello che abbiamo appreso e che non ci fa più stare bene. Tale separazione (più psicologica, che fisica talvolta) è necessaria per apprendere nuovi pensieri e nuovi comportamenti che sono più in linea con chi siamo noi e con chi vogliamo diventare.

Ci si separa da ciò che è familiare, da ciò che si conosce per andare verso l’ignoto, verso il non familiare, verso l’altro. Spesso però la paura è più forte della fiducia ed impedisce una reale separazione. Mentre la vita ci chiede continuamente di essere disposti a separarci dal familiare per andare verso il non familiare. La paura ci fa vedere la separazione solo come una perdita, e non ci consente di vedere cosa invece potremmo trovare in quell’altro che temiamo tanto. Nella separazione perdiamo, lasciamo andare qualcosa che conosciamo ma che non ci fa stare più bene e andiamo verso qualcosa che non conosciamo ma che (spesso a posteriori) si rivela essere quello che stavamo cercando.

Per stare bene molte volte occorre questa separazione, una rottura con il passato che non nega il passato stesso, ma lo comprende, lo accoglie per andare avanti per poterne fare qualcosa di nuovo. Per poter aggiungere e imparare qualcosa di nuovo. E come ogni rottura, la separazione è senza dubbio lunga e dolorosa. Ma è un dolore necessario che ci trasforma e ci permettere di evolvere, di crescere. Pertanto, la vera perdita di noi stessi non sta nella separazione, ma la abbiamo nel momento in cui non riusciamo a separarci quando è necessario, quando non riusciamo ad andare verso il non familiare.

Nell’atto di separare, si distingue ciò che prima era diventato indistinto, si introduce una differenziazione: un’unità viene divisa per disporre qualcosa di diverso. In questo senso, l’atto di separare ha una connotazione di rinnovamento, di rigenerazione e di rinascita.

Ci si prepara per qualcosa di nuovo. Ci si separa, si dice addio, per prepararsi, per rendere possibile quel cambiamento, o meglio quel rinnovamento (spesso interiore), quella crescita, quella rinascita costante di cui è fatta la vita. Bisogna morire per poter rinascere, così come bisogna essere in grado di vivere l’esperienza della separazione(a qualsiasi livello) per poter ritrovare un’unità, per conoscere e ri-conoscere l’interezza.

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