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Le parole ci salveranno – #11 Perdono

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La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. L’undicesima puntata metteva al centro la parola perdono.

1 Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11 Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più.

Questo celebre passo del Vangelo di Giovanni 8,1:11 mi permette di continuare la riflessione della scorsa settimana sul tradimento e di estenderla al concetto di perdono.

Perdonare viene dal latino e significa donare gratuitamente. Il perdono è spesso inteso per la sua gratuità come un’azione più divina che umana. Gli esseri umani sono in grado di perdonare nel vero senso della parola? Oppure il perdono tra esseri umani resta sempre un dono “condizionato”?

Innanzitutto, occorre chiarire che perdonare non significa dimenticare. Il male subito, l’inganno, l’offesa o il tradimento non possono essere cancellati dalla memoria, tuttavia il male subito può assumere un significato o un valore, e quindi un’importanza diversa in chi l’ha subìto. In un certo senso, il male che subiamo ci resta dentro, rimaniamo attaccati al torto subìto a seconda dell’interpretazione che ne facciamo. Quando del male subìto, ad esempio, noi cerchiamo una spiegazione in noi stessi, cercando una colpa, un’insufficienza in noi potremmo provare un senso di vergogna, di disistima che non ci permette di elaborare il dolore.

Se al male attribuiamo una causa esterna, attribuiamo la colpa a chi l’ha commesso è altrettanto vero che potremmo provare una rabbia tale da impedirci di elaborare quello stesso dolore. Per lasciare andare il male subìto, per accettarlo, anziché rimanervi attaccati e trattenerlo bisognerebbe forse trovare una via intermedia. Non significa giustificare chi ha commesso l’offesa o il tradimento bensì comprenderne le ragioni.

L’elaborazione, l’accettazione e il far pace con ciò che è stato avviene per mezzo della comprensione.

Tale processo di comprensione, letteralmente di prendere insieme, sia bene sia male, le diverse e opposte ragioni allo stesso momento, è però lungo e complesso. Non tutti sono disposti a farlo. Nel senso proprio che richiede volontà e tempo. Ma è ciò che permette di liberarsi del male subìto, di non trattenerlo presso di sé, ma di lasciarlo andare.

Comprendere allora significa che si vedono le mancanze del traditore, del peccatore. Peccare significa letteralmente mancare. Si vedono le sue paure, le sue insicurezze, le sue ferite. E si può comprendere l’altro solo se prima si comprende sé stessi. Se si vedono, se si ascoltano le proprie mancanze. Se si comprende che tutti siamo mancanti, in questo senso che tutti abbiamo peccato, che tutti pecchiamo. Che tutti sbagliamo. Ma non per questo siamo sbagliati.

Nessuno è senza peccato. Comprendere significa anche realizzare che tutti siamo feriti, che queste ferite, queste paure remano contro di noi e contro gli altri che ci stanno accanto, che ci portano anche a fare del male. Da questo dovrebbe derivare l’indulgenza, la volontà di comprendere l’altro ma prima dobbiamo smettere di condannare noi stessi per le nostre stesse mancanze. Quando abbiamo smesso di condannare noi stessi, smettiamo di condannare gli altri e possiamo provare a comprenderli.

Stamattina, la scrittrice Laura Imai Messina nella sua pagina personale ha scritto una riflessione sulla necessità di sbagliare e di essere cattivi, di fare del male. Dietro il male commesso ce n’è spesso uno subìto. Interrompere il circolo vizioso del male è però possibile con la memoria e la comprensione.

Riporto un paio di righe qui sotto:
Essere cattivi ci insegna il meccanismo dall’interno. Ci aiuta a immaginare il perché il male accada, come ci sia dietro sempre un altro dolore (consapevole o inconscio) e quanto poco serva talvolta a disinnescarlo. Basterebbe la memoria, non essere convinti di avere ragione.”

Eppure, ancora comprendere e provare compassione non significa perdonare, perché perdonare implica anche un rinnovo del rapporto, un rinnovo della fiducia.

Ma come si fa a credere a qualcuno che ci ha già fatto male in passato, come si fa a credere in qualcuno quando sappiamo il male che può fare, anche se ne comprendiamo le ragioni? Anche se si lascia andare il male, anche se si comprendono le ragioni, il perdono non può essere scelto o deciso solo razionalmente. Richiede probabilmente di essere sentito. E quindi non sempre avviene.

Inoltre, affinché si rinnovi la fiducia occorre una sorta di compensazione al male subito. Occorre che in qualche modo il peccatore “si faccia perdonare”, ma non che chieda scusa strumentalmente al fine di riottenere la fiducia. Occorre forse che colui che ha sbagliato riconosca il suo errore e impari da questo. Che faccia lo stesso lavoro di comprensione. Impari a comprendere sé stesso, e l’altro.

Quando Gesù dice: “Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più”, forse intende più che altro dire ai peccatori(noi tutti) di non continuare a fuggire da noi stessi, di comprendere i nostri errori e le nostre mancanze, di accoglierle, così da imparare.

Il fisico Albert Einstein diceva che “la misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare”.

D’altronde è questo che ci rende umani la possibilità di sbagliare, ma anche quella di comprendere e di imparare dai nostri errori per cercare un’interezza che non è perfezione, ma equilibrio tra bene e male, tra l’uno e l’altro. In fondo, si dice infatti che chi persevera negli errori (senza imparare) è diabolico, nel senso letterale del termine derivato dal greco “dia” e “ballo” (non che è un diavolo) ma che tiene separati, che non riesce a tenere insieme l’uno e l’altro.

In realtà, tenere insieme così come separare sono entrambi umani, in quanto l’essere umano è un soggetto capace di intendere e di volere. Capace di scelta. Dotato di libero arbitrio. Tenere insieme non è sempre un bene, non a tutti i costi, così come separare non è sempre un male, anzi come ho detto nelle precedenti puntate può servire per la rinascita. Unione e separazione, distanza e vicinanza: l’uno e l’altro ancora una volta.

Ogni essere umano è un soggetto con una propria volontà. Entrare in relazione con l’altro significa scontrarsi con un’altra volontà. Le relazioni di potere si basano sul tentativo di annullamento dell’altrui volontà. Le relazioni di amore si basano sul riconoscimento, il rispetto e l’accettazione reciproca della propria e altrui volontà.

L’essere umano è capace di entrambi. Anzi le relazioni di potere, che spesso conducono alla violenza, quelle prive di fiducia, sono quelle in qualche modo più diffuse, prevalenti, alcuni direbbero più “bestiali” e più automatiche, ma ciò non significa che non possono essere trasformate.

La capacità di conoscere, la capacità di prendere consapevolezza (se lo vogliamo) di noi stessi è ciò che ci permette di conoscere anche gli altri, di comprendere la nostra e l’altrui volontà, per poterla accettare. E’ con la conoscenza e con la consapevolezza, con la comprensione che può avvenire la trasformazione. Che le relazioni di potere e annullamento dell’altro possono trasformarsi in relazioni di fiducia e amore. Non è che si smette di avere potere: ognuno ne ha abbastanza da esprimere la propria volontà senza farsi annullare dagli altri, ma il potere di ciascuno trova un limite nella volontà dell’altro, che non dobbiamo annullare.

Il filosofo Adorno affermava: “Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza senza che l’altro se ne serva per affermare la propria forza“. Come si fa ad amare qualcuno, se non impariamo prima ad amare noi stessi? Inoltre per amare un altro non dobbiamo solo essere disposti ad amare, ma anche ad essere amati, ad essere visti per quello che realmente siamo. E questo non possiamo farlo, se non siamo noi i primi a vedere il nostro valore, a comprendere le nostre mancanze e ad amare anche (soprattutto) le nostre debolezze.

Come si impara la fiducia allora, e anche l’amore? Ci eravamo lasciati con questa domanda. Con la voglia di conoscere. E’ quando conosci e comprendi una cosa che questa ti fa meno paura. Non c’è un modo immediato per imparare la fiducia. Questa va allenata attraverso la conoscenza. Uscendo dal familiare e andando incontro a quell’altro, non familiare, che ci fa paura.

E dobbiamo farlo a partire da noi stessi. A partire da noi stessi, conoscere chi siamo. E chi siamo stati. I nostri comportamenti, le nostre emozioni e i nostri pensieri. Imparare la fiducia significa imparare ad accettare noi stessi, le nostre imperfezioni, le nostre insicurezze, le nostre debolezze. Accettando ciò che ci fa paura. Il nostro essere mancanti, il nostro essere peccatori. Il nostro sbagliare, cadere, fare del male. Accettando di essere umani. Dopo aver imparato l’accettazione di noi, quando smettiamo di condannarci, ma aggiungiamo gentilezza, compassione e perdono, possiamo realmente donare la stessa accettazione all’altro.

Perché l’altro è come uno specchio, ciò che in lui non perdoniamo è ciò che in noi non perdoniamo, ciò che accettiamo nell’altro è ciò che abbiamo accettato in noi stessi.
Ed è solo quando comprendiamo il nostro valore, la nostra unicità (nel bene e nel male), quando accettiamo soprattutto le insicurezze, gli errori, le nostre mancanze che possiamo imparare da queste. Accettando di poter essere altro, accettando che la vita può essere altro: così è possibile crescere.

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