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Le parole ci salveranno – #19 Un futuro possibile

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La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. Rimane ad oggi una rubrica dove pubblico saltuariamente opinioni e riflessioni. Nella diciannovesima puntata parlo di futuro.

“Il futuro non è un problema da risolvere ma un mistero da scoprire”. Jordi Sierra I Fabra

Bentornati alla newsletter “Le parole ci salveranno”. Faccio da subito una breve premessa:

Dopo mesi sono tornata a scrivere in questa newsletter. Avevo iniziato nel 2023 con 12 puntate, poi non ho potuto mantenere stessa costanza e coerenza. Ho messo in pausa diversi progetti personali (podcast Relazioni e video lezioni di Educazione Relazionale) perché le risorse temporali, materiali e creative sono state altalenanti per tutto questo anno trascorso. Ho deciso però di continuare a riprendere saltuariamente il progetto de “Le parole ci salveranno” – che è pur sempre qualcosa di amatoriale – come una rubrica, che arriverà in anteprima sotto forma di mail agli iscritti alla newsletter, ma che sarà leggibile successivamente anche sul mio sito web.

Grazie a chi continua a leggermi.

Il 2023 e il 2024 sono stati anni complessi. Sono cambiate tante cose. In primis le mie priorità. Sia da un punto di vista professionale sia personale. Per me questi 2 anni sono stati anni di passaggio, di transizione, dalla vita universitaria all’inizio della vita adulta. Anni in cui crollano gli ideali come castelli di sabbia e ci si scontra con la realtà, una realtà dura alle volte per i giovani del Sud, anche per i neo-laureati. Specialmente a chi come me ha scelto un percorso di studi umanistico/politologico o sociale.

Finita l’università crolla l’illusione che il mondo ti aspetta, che c’è un posto per te pronto ad aspettarti. Questo posto non c’è per molti laureati al Sud Italia. Non c’è un posto dignitoso, dove mettere a frutto le proprie competenze. Non c’è un posto dove contemporaneamente esprimere sé stessi e riuscire a guadagnare e mantenersi economicamente. O quanto meno non c’è subito. Contrariamente ai laureati nell’ambito ingegneristico-informatico o ancora medico-sanitario – statistiche alla mano – trovare un posto di lavoro a pochi mesi dalla laurea è più complicato per i laureati del mondo umanistico. Siamo di più certo, con competenze meno tecniche, per questo facciamo più fatica a ritagliarci il nostro spazio in una società che è già strutturalmente satura.

Eppure non è neanche una gara a chi fa più difficoltà. Trovare il proprio posto nel mondo in realtà è difficile per tutti. Le difficoltà non sono solo quelle strutturali del sistema sociale, le difficoltà che incontriamo, tutti, sono nel riuscire a riconoscere e comprendere chi siamo, cosa ci fa stare bene e cosa no. Dove possiamo esprimere le nostre potenzialità e dove ci stiamo accontentando. Dove, in altre parole, e come possiamo essere veramente noi stessi. Come ho detto nella puntata dedicata al tema della vocazione (ovvero della chiamata), in parte ciò coincide, anche se non totalmente con il lavoro che facciamo.

Il lavoro è una parte della nostra identità ma non è tutto. Ci sono altre sfere in primis quella delle relazioni intime/ della famiglia che determinano la nostra identità. A fianco a queste la sfera della creatività/hobby/tempo libero personale e quella delle relazioni umane più ampia (amicizia, vicinato, solidarietà ecc.). Oggi fortunatamente si parla sempre più spesso della necessità di equilibrio tra le diverse sfere lavoro-famiglia/vita privata e dei diversi ruoli e aspettative, il che fa propendere sempre di più verso una diminuzione delle ore lavorative sotto le 40 settimanali.

La necessità dell’equilibrio, del tenere insieme sia l’uno che l’altro valore, vale come abbiamo appena detto per la famiglia e il lavoro, da vivere non in opposizione ma in integrazione è stata una delle maggiori consapevolezze che ho sviluppato in questi anni e che ha cambiato la mia vita.

Ho imparato in questi anni che per vivere bene dobbiamo imparare a pensare in maniera complessa. Pensare in maniera complessa significa accettare e integrare l’altro, a partire da noi stessi: l’altro che non abbiamo potuto essere, fare, avere, che ci è mancato e che ci manca ancora. Tra studi in ambito psicosociale guidati da grande interesse, curiosità e motivazione e un percorso di analisi personale guidato da una psicoterapeuta della durata di oltre 4 anni e mezzo ho scavato nel profondo – e continuo a farlo – per scoprire la verità di me stessa. Per conoscere chi sono io, qual è il senso autentico della mia vita.

Ho sempre avuto una devozione per la verità. E’ sempre stato uno dei valori fondanti della mia vita. L’importanza di rivelare verità scomode per promuovere cambiamento sociale è stato ciò che mi ha portato a diventare giornalista. Nel mondo del giornalismo però non ho trovato quella profondità che cercavo. Per questo ho continuato a studiare tra sociologia e psicologia per scavare in profondità e spiegare le origini psicosociali dei fenomeni politici e sociali. Con il tempo però dalle relazioni internazionali e la geopolitica mi sono spostata sempre più a studiare e le relazioni interpersonali e umane.

All’interno e in profondità: questo cambio di direzione è quello che mi ha permesso anche di analizzare me stessa. Ciò ha significato certamente tornare al passato. Vedere la verità di sé stessi significa soprattutto essere disposti a vedere traumi, ferite emotive e paure, che abbiamo tutti a qualche livello, a seconda del modo in cui siamo stati amati. Di questo ho parlato nel podcast Relazioni. Perché andare realmente in profondità, essere disposti a vedere l’abisso, a incontrare la propria ombra è l’unico reale modo per scoprire il proprio dono, la propria luce nascosta.

Joseph Cambpell uno dei pensatori che più mi ispirano in quello che faccio oggi scriveva: “la caverna nella quale hai paura di entrare ha il tesoro che stai cercando.”

La mia paura è sempre stata quella di non farcela da sola, e di conseguenza per essere al sicuro avevo imparato che non potevo allontanarmi dalle persone che amavo, anzi che dovevo stare molto vicina, anche troppo vicina, fino ad annullare me stessa. La mia vita è cambiata quando ho iniziato a ristrutturare queste credenze inconsce imparate negli anni, e ho imparato che potevo essere al sicuro anche allontanandomi. Tenendo insieme vicinanza e lontananza, autonomia ed intimità, libertà e sicurezza.

Oggi, mi sto dedicando sempre più a questo lavoro in me stessa e negli altri. Per questo ho iniziato ad insegnare scienze umane. Per insegnare e continuare ad imparare sempre ad andare in profondità, a guardarsi dentro, a prendere consapevolezza di sé ad incontrare la propria Ombra (accogliere le parti negate di sé). Al momento lo sto facendo in una scuola privata. Nel futuro mi auguro di poterlo fare in maniera più stabile nella scuola pubblica, dove mi auguro – e mi impegno per questo – che sia introdotta per legge e quindi obbligatoria l’ora di educazione relazionale.

Credo che sia davvero importante insegnare ai ragazzi come funziona il cervello umano, le emozioni, gli stili di attaccamento, le dinamiche comunicative e relazionali. Credo sia necessario per il benessere individuale e sociale, quindi per prevenire fenomeni come il suicidio, il bullismo, la violenza di genere e per promuovere benessere psicofisico aiutare le persone a conoscere sé stessi. Per stare bene, per imparare ad amare io realmente credo che l’unica strada – lunga e impervia – da percorrere è quella della conoscenza di sé.

Non è una strada lineare, è un viaggio più che altro circolare e sempre più in profondità. E’ un viaggio di guarigione e di trasformazione, di crescita emotiva e personale. E’ proprio attraverso la metafora del viaggio e la struttura narrativa del viaggio dell’eroe (Campbell, Vogler e altri) che sto sperimentando un metodo per promuovere l’autoconsapevolezza nei ragazzi e negli adulti.

L’autoconsapevolezza intesa come la capacità di conoscere la verità di sé stessi, di riconoscere i propri bisogni e le proprie emozioni e di saperli regolare da sé, dall’interno in maniera sana per diventare persone intere e complete e smettere di tentare di riempire i vuoti e le nostre mancanze interiori dall’esterno in mille modi, con mille ossessioni e dipendenze (alcol, fumo, droga, cibo, relazioni, lavoro ecc.).

La capacità anche di accettare, di stare nel dolore, nel viverlo quel vuoto, di attraversarla quella caverna, di andare in profondità a quegli abissi. Anziché di negare, di evitare, di fuggire, di nascondersi, di tappare quel vuoto, di rimanere in superficie.

E’ una conversione, un cambio di direzione che ognuno di noi è libero di compiere o meno, ma chi vuole farlo dovrebbe trovare le giuste risorse e la giusta guida. Un buon mentore.
E’ questo che mi auguro di essere e di poter fare, ottenendo un’indipendenza economica allo stesso tempo.

Queste sono le mie priorità oggi. Ho certamente dovuto rivederle negli anni. Ho dovuto rivedere molte cose. Mi sono trovata a compiere scelte che non avrei voluto compiere, ma che sentivo erano giuste. Molte volte ho imparato che non arriva ciò che vogliamo ma ciò di cui abbiamo bisogno, e che quindi non sempre le due cose coincidono. Quando coincidono è rarità e un’immensa conquista, che si raggiunge con il tempo e con il lavoro su sé stessi.

Sempre Campbell dice che “dobbiamo essere disposti a lasciar andare la vita che abbiamo pianificato, in modo da vivere la vita che ci sta aspettando”. Più ci lasciamo andare alla vita, più abbiamo speranza e fede che ciò che arriva è ciò che ci serve, ciò che è giusto per noi, più abbiamo la possibilità di vivere felici, e chissà forse anche di vedere arrivare in qualche forma proprio ciò che stavamo cercando.

Lo stesso Goleman diceva quanto fosse importante per essere intelligenti emotivamente la capacità di sperare, che è motivazione e tenacia, persistenza in un obiettivo ma senza attaccamento e tentativo di forzare le cose a tutti i costi. Sperare e avere fede allora forse sono proprio le due capacità massime dell’essere umano come essere relazionale, narrativo simbolico. Dotato di una razionalità emotiva capace di tenere insieme l’uno e l’altro.

Se autostima e fiducia riguardano principalmente le immagini positive che abbiamo di noi stessi e degli altri senza ignorarne i lati negativi, la fede riguarda l’immagine positiva che abbiamo del mondo, oltre che di noi stessi e degli altri, senza per questo trascurare le difficoltà, i limiti e gli ostacoli.

Avere fede ci permette di dare senso all’esistenza, ci permette di accettare ciò che non riusciamo ad accettare e com-prendere (prendere insieme): soprattutto il dolore, la perdita, la malattia, il lutto, la morte. Avere fede ci permette di comprendere e di tenere insieme la vita come Altro da quello che vogliamo, da quello che ci immaginiamo, da quello che ci aspettiamo. Perché anche se quando lo viviamo non riusciamo a capirlo, ogni cosa che avviene ha un senso. Avere fede è ciò che ci permette di andare avanti, di continuare a vivere (non sopravvivere) e adattarci e stare bene.

E’ solo dopo, che talvolta si capisce il senso di ciò che ci accade.

Lo diceva Steve Jobs nel celebre discorso tenuto a Standford nel 2005, che una brava docente mi ha ricordato in queste ultime settimane. “Certamente era impossibile per me, all’epoca in cui ero al college, “unire i puntini” guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto evidente guardando indietro 10 anni più tardi. Quindi, non è possibile “unire i puntini” guardando avanti; si possono unire solo a posteriori, guardando indietro. Pertanto bisogna aver sempre fiducia che i puntini in qualche modo, nel vostro futuro, si uniranno. Dovete credere in qualcosa: il nostro ombelico, destino, vita, karma, qualsiasi cosa. Questo approccio non mi ha mai abbandonato e ha sempre fatto la differenza nella mia vita” disse Jobs.

E ancora: “Qualche volta la vita ti colpisce alla testa con un mattone. Ma non bisogna perdere la fede. Sono convinto che l’unica cosa che mi abbia fatto andare avanti sia stato l’amore per ciò che ho fatto. Bisogna trovare quel che si ama. E questo è vero sia per il nostro lavoro sia le persone amate. Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita, e l’unico modo per essere davvero soddisfatti è fare ciò che crediamo essere un ottimo lavoro. E l’unico modo per fare un ottimo lavoro è amare quello che facciamo. Se non l’avete ancora trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Ve lo dico con tutto il cuore, lo capirete quando lo troverete.

Io oggi credo di averlo trovato nell’insegnamento, dove vedo il mio futuro.

L’augurio per il nuovo anno 2025 è quello di riuscire a vivere il futuro con un ottimismo realista. Non smettendo di sognare, di sperare e di credere ma restando consapevoli delle difficoltà, del fatto che non possiamo controllare gli eventi esterni ma possiamo scegliere come reagire ad essi.
Scegliendo se negare o accettare la vita, soprattutto quando è Altro, ci rendiamo conto che il futuro non è un problema da risolvere ma un enigma da scoprire, o meglio una possibilità unica tra molteplici combinazioni possibili.

Buon 2025!

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