La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e maggio 2024. La sesta puntata metteva al centro il tema dell’interezza.
Nella fantasia io vedo un mondo giusto
Lì tutti vivono in pace e in onestà
Io sogno d’anime che sono sempre libere
Come le nuvole che volano
Pien d’umanità in fondo all’anima
Nella fantasia io vedo un mondo chiaro
Lì anche la notte meno oscura
Io sogno d’anime che sono sempre libere
Come le nuvole che volano
Pien d’umanità
Nella fantasia esiste un vento caldo
Che soffia sulle città, come amico
Io sogno d’anime che sono sempre libere
Come le nuvole che volano
Pien d’umanità in fondo all’anima
“Nella fantasia” è un brano musicale italiano basato sul tema di Gabriel’s Oboe dal film Mission, composto da Ennio Morricone e scritto da Chiara Ferraù. Suggerisco di ascoltare la versione di questo brano realizzata da Il Volo.
Il testo di questo brano mi offre lo spunto per parlare di fantasia, immaginazione, idealismo e soggettività. Mi serve come premessa per la tematica centrale di questa lunga puntata, ovvero l’interezza, e il saper tenere insieme.
Ma partiamo per gradi.
Il termine fantasia deriva dal greco φαντασία (phantasìa) che significa apparizione perché sostantivo derivato dal verbo φαίνω (phaino) ovvero mostrare, apparire. La fantasia, o l’immaginazione ci permette di vedere ciò che non è visibile. Attraverso la fantasia ci appaiono, si mostrano a noi delle immagini, o delle visioni che non hanno necessariamente una concretezza nella realtà, sono per lo più astratte, ma ciò non significa che non possano esistere.
L’immaginazione talvolta è la chiave per importanti scoperte, invenzioni o produzioni artistiche, perché nel processo di immaginazione c’è la capacità di rendere astratto il concreto creando qualcosa di nuovo. Non è detto certo che la cosa immaginata possa trovare riscontro nella realtà, ovvero possa concretizzarsi. Come le nostre idee, i nostri sogni anche, non tutti si realizzano, occorre anche la capacità di rendere concreto l’astratto. Quando l’intero processo si compie ovvero dal concreto all’astratto e dall’astratto al concreto avviene qualcosa di raro e meraviglioso.
Nella nostra cultura la fantasia è associata alla soggettività e tutto ciò che è soggettivo è visto con un certo sospetto, snobbato o rifiutato. Si dice “la fantasia appartiene ai bambini”, in generale ciò che è soggettivo, comprese le sensazioni sono viste come pericolose perché vengono viste in opposizione all’essere oggettivi. La nostra società e la cultura occidentale in generale dà maggiore rilievo all’oggettivismo, che sembra assicurarci una verità assoluta, precisa sul mondo esterno, così che possiamo controllarlo e dominarlo. L’oggettivismo è infatti anche al centro della razionalità tecnico-scientifica.
Ma siamo sicuri sia davvero in opposizione al soggettivismo? E’ possibile essere oggettivi e soggettivi insieme? Tenere interno ed esterno insieme?
Il mito dell’oggettivismo nasce da preoccupazioni concrete primo fra tutti il bisogno umano di essere accurati, di essere sicuri e di non sbagliare, di essere corretti (ne va della nostra stessa sopravvivenza) per questo necessitiamo di comprendere come funziona il mondo esterno al fine di poterlo controllare e prevedere. Tuttavia, anche il soggettivismo nasce da preoccupazioni reali dell’essere umano che hanno a che fare con il bisogno di dare un significato alla nostra vita, alla nostra esistenza, di comprendere il mondo interiore, di conoscere noi stessi nella nostra unicità e singolarità.
Allora perché dover necessariamente scegliere o bianco o nero? Perché vederli in contrapposizione? Perché non vedere invece la complementarità in questa apparente opposizione?
Questo è quello che il paradigma della teoria della complessità ci insegna a fare. Ad imparare a ragionare non più tanto in termini di opposizione di senso “o l’uno o l’altro”, ma in termini di complementarità, di co-determinazione reciproca “sia l’uno che l’altro”.
Abbiamo imparato a vedere noi stessi e gli altri come qualcosa di definito. Quando parliamo di noi usiamo degli aggettivi per definirci, escludendone altri. Alcuni di questi aggettivi rispecchiano quello che siamo davvero e quello che vogliamo essere, altre volte rispondono più a quello “che dovremmo essere”, a come la società ci vuole, oppure a come ci hanno insegnato ad essere. Rispecchiano cioè il modo in cui siamo stati trattati nelle relazioni primarie, in famiglia, e l’immagine che di noi e degli altri abbiamo ricavato e costruito. In questo caso non è detto che tali aggettivi ci definiscano realmente, che definiscano fino in fondo chi siamo o chi vogliamo essere. Perché potremmo essere altro.
Voglio farvi un esempio personale. Di recente, mi è stato detto di essere una persona buona, anche troppo buona. E io sono contenta di essere una persona buona. So di esserlo, e così voglio restare. La gentilezza, la disponibilità e la presenza emotiva ed affettiva sono per me caratteristiche fondamentali nella mia persona e nelle persone che voglio al mio fianco.
Tuttavia, per molto tempo, ho pensato di essere una cattiva persona e non ho fatto altro che aumentare la mia accondiscendenza. L’essere troppo buona mi ha resa una persona remissiva, incapace di fare valere le proprie decisioni e i propri confini personali. Per essere buona stavo rinunciando ad essere me stessa, ad affermare me stessa. Principalmente per paura, paura di non essere accettata, paura di essere abbandonata, paura di non essere amata. Nella mia testa l’equazione che muoveva le mie azioni era un pensiero ormai automatico e inconsapevole che diceva: “Così come sei non va bene. Essere te stessa non va bene, sei cattiva. Per essere amata devi fare la brava. Per essere amata devi cambiare, correggerti, devi rinunciare a te stessa”.
Questi schemi di pensiero inconsapevoli e queste paure per anni mi hanno impedito di essere pienamente chi volevo essere, persino di fare cose apparentemente banali come guidare l’auto. Guidare l’auto, benché io abbia la patente, per me è ancora ad oggi un limte che non sono riuscita a superare. Mettermi alla guida dell’automobile non mi ha mai fatto sentire al sicuro perché in realtà non mi sono mai sentita al sicuro nel mettermi alla guida di me stessa e della mia vita. La sicurezza l’ho sempre trovata piuttosto nel lasciarmi guidare dagli altri, nel fare affidamento e talvolta a dipendere dagli altri (soprattutto per cose pratiche e concrete), perché ho sempre inconsciamente creduto che le decisioni e il modo che avevo io di fare le cose erano peggiori di quelle degli altri. Che era pericoloso affermare le mie decisioni, era pericoloso mettermi alla guida.
Tali paure mi hanno impedito di fare uscire la parte più decisa, più combattiva e in un certo senso più indipendente di me (che pure tanto desideravo essere, e che è sempre stata dentro di me) perché credevo che non sarei stata amata. A bloccarmi erano dei bisogni insoddisfatti della mia infanzia, quando il mio senso di autonomia e decisione è stato scoraggiato dalla preoccupazione e iper-protezione e criticismo , alla quale ho reagito passivamente assumendo la convinzione di non potercela fare da sola, né di poter essere me stessa, far valere le mie decisioni perché altrimenti non sarei stata al sicuro. Perché avrei perso l’amore.
Solo oggi so che posso essere decisa e indipendente e ciò non significa essere cattivi, ma significa far rispettare i propri confini, le proprie convinzioni, il proprio benessere. Per anni ho sacrificato questa parte di me e per anni mi sono attaccata, dipendendo da persone che invece incarnavano tali mie mancanze. Oggi non più, perché oggi so che posso essere al sicuro essendo io quell’altro che mi è mancato. Anzi quell’altro è già in me. Tutto questo dopo anni di riflessioni, studio, psicoterapia e decisioni difficili per rompere il circolo vizioso che mi incatenava in queste dinamiche spesso tossiche in cui si finisce per incarnare un ruolo, o indossare una maschera fissa, ma che è sempre parziale rispetto a ciò che siamo davvero.
Spesso nelle relazioni funziona tipo ad incastro, ognuno è una metà opposta all’altro. Ad esempio, uno è passivo e l’altro è attivo. Così ci è stato insegnato culturalmente, se trovo una persona che “è l’altra metà” di me sarò felice. Oggi so che non è così, perché quella metà che cerchiamo altrove è invece in noi e dobbiamo trovare il modo di farla uscire (anche se per anni è stata sacrificata) e tenerla insieme l’una con l’altra. Dobbiamo trovare il modo di sentirci interi e completi in noi stessi.
Oggi so che si può accogliere l’altra parte che c’è in noi e farla uscire fuori. Liberarla non significa perdere sé stessi ma al contrario trovare l’interezza dentro di noi. Così troviamo la salvezza, la vera sicurezza che invece la paura ci nega: dentro di noi. Smettendo di cercare ciò che ci manca altrove, ma bastando a noi stessi.
Un’altra caratteristica che mi definisce e che mi piace di me è l’essere analitica. Se non fossi stata una persona profonda, attenta, precisa e attenta ai dettagli, che ama osservare, andare oltre e cercare l’intimo senso delle cose forse non sarei potuta approdare a queste riflessioni su di me e sulla società che oggi mi trovo a scrivere in questa newsletter.
C’è un momento in cui però questo mio essere analitica mi fa stare male ed è quando si traduce in un pensare troppo, cercare di trovare errori da evitare e soluzioni a problemi che molte volte non esistono. In quel momento analizzare, osservare e cercare un senso che sono una caratteristica che mi piace di me, diventano qualcosa di eccessivo e di ossessivo, che (solo oggi mi rendo conto) ho messo per tanto tempo in atto al fine di sentirmi sicura. Questo pensare troppo, rimuginare, analizzare eccessivamente, controllare e prevenire è una delle modalità(ognuno ha le sue) che io ho appreso per sentirmi al sicuro. In realtà, lungi dal farmi sentire sicura, oggi mi rendo conto che a quel livello l’essere analitica mi fa stare male, mi toglie energie preziose e lo ha fatto in passato fino a spingermi al limite.
Forse è proprio perché io quel limite l’ho toccato e vissuto che ho compreso che quella modalità di controllo non era la vera strada per essere al sicuro. Nessun eccesso, nessun opposto lo è. La vera sicurezza, ho lentamente compreso, sta nel riuscire ad abbracciare anche l’altra parte. Essere anche quell’altro. Non solo analitica, ma ad esempio anche sintetica. Significa trovare un equilibrio, tenere insieme sia l’uno che l’altro. Questo significa essere interi e completi, poter essere sia l’uno sia l’altro. Sia analitica sia sintetica, sia gentile sia decisa. Questo “sia-sia” permette l’equilibrio tale che non si vada in eccesso né in un senso né nell’altro. Essere abbastanza gentile da non annullare gli altri e abbastanza decisa da non annullare me stessa.
Noi non siamo solo una cosa. Siamo più cose. L’abilità che dobbiamo affinare è quella del sapere tenere insieme. E possiamo farlo se capiamo cos’è che ci impedisce di essere ciò che vogliamo essere.
L’interezza, essere interi non significa essere perfetti, anzi il contrario. La perfezione impone rigidità, assolutezza, la perfezione è “o sei totalmente/perfettamente buono o sei totalmente/perfettamente cattivo”, o una parte o l’altra. L’interezza invece sta nel poter essere sia una parte sia l’altra, L’interezza non si inscrive nemmeno in una flessibilità/relatività massima, perché anche questa sarebbe un eccesso, un assoluto, anche se all’opposto. Per intenderci è come dice il detto “il troppo è uguale al mancante”.
L’interezza è allora sia l’uno che l’altro, in una rigidità flessibile e in una flessibilità rigida, perché non si può essere nemmeno 50% oggettivi e 50% soggettivi. Però, si deve sempre cercare una misura che tenga insieme i due opposti. Un equilibrio che di volta in volta cambia. Ma è la ricerca di questo equilibrio che è la costante.
L’interezza allora si traduce più con il processo di maturazione, con cui non si nega ciò che siamo stati e ciò che siamo, ma si accoglie anche l’altra parte, ad esempio quella che non siamo potuti essere fino ad ora, quella che abbiamo negato o sacrificato. Si integra il tutto, si bilancia, si misura. Ancora una volta: si tiene insieme.
L’interezza a me ricorda tanto il concetto dello yin e dello yang del taoismo. Ognuno di noi è sia lo yin sia lo yang. Ognuno di noi è intero.
Pensate a questo ragionamento per ogni caratteristica con cui vi definite o con cui vi definiscono gli altri. Chiedetevi chi siete e chi volete essere. Chiedetevi se qualcuna di queste caratteristiche è troppo presente o assente in voi da farvi stare male, impedendo all’altra parte complementare di voi che volete essere di uscire fuori. E chiedetevi perché? State cercando sicurezza? Quello che dobbiamo imparare per il nostro benessere è proprio fare uscire quell’altra parte e integrarla in quello che siamo. Tutta la vita credo sia quest’opera di bilanciamento, di tenere insieme l’uno e l’altro.
Io sono sia gentile sia decisa. Sia analitica sia sintetica. Sia emotiva sia razionale. Sognatrice ma con i piedi per terra.
Voi chi siete e chi vorreste essere? Cosa vi impedisce di diventarlo? O meglio quale parte di voi non riesce a trovare voce? Perché non riuscite ad ascoltarla, cosa ve lo impedisce?
Come insegna “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, “alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane” e l’esperienza del “dimezzarsi”, dell’essere a metà talvolta serve, è necessaria proprio per ritrovare un’interezza.
P.S. Mi scuso per la lunghezza di questa newsletter, condividere una parte della mia esperienza personale non è stato facile, però pensavo che partendo da un esempio concreto sarebbe stato più facile per ciascuno indagare dentro di sé.
Consigli di lettura:
- Un articolo scritto da me dal titolo “Cosa significa comunicare?
- I nostri antenati: Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente di Italo Calvino



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