La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. La decima puntata era sul tema del tradimento e della fedeltà.
“Tradendolo, l’altro lo consegna a se stesso e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino”.
Questa citazione è attribuita al filosofo Umberto Galimberti e fa parte di una riflessione più ampia di vecchia data, che si può leggere in quest’articolo dal titolo “Le nostre anime così infantili e primitive”.
Le parole del filosofo Galimberti mi permettono di parlare oggi di tradimento e fedeltà.
Il verbo tradire viene dal latino “tradere” composto di “trans”, che significa “oltre” e “dere”, che sta per “dare”, il significato di tradire è letteralmente “consegnare oltre”, spesso inteso come consegnare al nemico. Oggi tradire viene inteso come mancare di fiducia, di fedeltà, venire meno ad un obbligo di fedeltà o fiducia.
Chi tradisce, non solo nelle relazioni d’amore ma anche in quelle d’amicizia, di lavoro e in generale nelle relazioni interpersonali, è colui che non è fedele ai patti, all’accordo spesso implicito che porta avanti la relazione, su cui questa si basa.
Quando stringiamo una relazione con una persona, una relazione di qualsiasi tipo, nasce una sorta di accordo implicito sulla base delle nostre interazioni comunicative, per cui si creano delle aspettative reciproche. Cioè io mi aspetto che l’altro si comporti in un certo modo. Ci attende che una persona resti fedele a quelle aspettative più o meno implicite che reggono lo scambio e la relazione.
Quando una persona si comporta in modo opposto a quelle aspettative, rivela di essere altro, ci sentiamo traditi, nel senso che letteralmente siamo riconsegnati a noi stessi. Ci sentiamo ingannati perché quello abbiamo creduto si rivela sbagliato, ci rendiamo conto di aver riposto male la nostra fiducia.
Tuttavia dobbiamo stare bene attenti nel capire cosa è realmente tradimento e cosa è fedeltà. In una relazione ognuno è sia soggetto che oggetto. Soggetto con una propria volontà e oggetto di aspettative dell’altrui volontà. Può essere fedeltà conformarsi pienamente alle aspettative dell’altra persona, essere in qualche modo sempre oggetto di aspettative, oppure fedeltà sta nel poter anche cambiare idea, comportamento? Tradire allora ha più a che fare con il cambiare o con il non riuscire a cambiare? Cioè con l’essere o tutto oggetto o tutto soggetto nella relazione?
Entrare in relazione e fidarsi di qualcuno implica comunque sempre il rischio di essere traditi. La fiducia secondo Byung Chul Han in società della trasparenza “è possibile in una condizione intermedia tra sapere e non sapere (direi io tra sapere e sentire). Fidarsi significa costruire una relazione positiva con l’altro, malgrado ciò che di lui non si sa”.
Fidarsi è un rischio, è accettare il rischio, accettare di non sapere. Si tratta di un rischio perché presuppone appunto l’incapacità di sapere tutto su quella persona, di avere la piena verità di quella persona, così come di noi stessi.
Ci fidiamo di qualcuno che crediamo possa dire la verità, che sia vero, che si riveli veramente per quello che è, che non menta, che non ci inganni, anche se non ne siamo certi, per questo nella fiducia c’è il rischio del tradimento. Le aspettative che reggono una relazione profonda intima, d’amore o di amicizia, comunque non di bisogno, non strumentale o d’utilità stanno nel fatto che ognuno possa essere sé stesso, che possa essere vero e che possa essere accettato dall’altro. La reciprocità del poter essere accettati per quello che si è.
Il tradimento della fiducia implica invece il rifiuto, la negazione del poter essere quello che si è.
Spesso, quando si parla del tradimento, si parla del tradito come una persona in una posizione passiva, subisce il tradimento, subisce il fatto di aver riposto male la sua fiducia, di aver creduto in qualcosa o qualcuno che poi si è rivelata diversa da ciò che credeva. In realtà, come suggerisce il filosofo Galimberti, la posizione del tradito non è poi così passiva: se l’atto di essere traditi significa essere riconsegnati a sé stessi, il tradimento subìto può essere l’occasione per incontrare realmente sé stessi, per incontrare quell’Altro che è dentro di sé, ad esempio, quella parte che nella relazione con il traditore non si riusciva ad essere, non si poteva essere.
Per quanto riguarda il traditore, spesso si ragiona sulle cause che spingono una persona a tradire, a venire meno alla fiducia. Il tradimento nelle relazioni amorose, secondo molti psicologi, è dovuto ad una mancanza che il traditore riscontra o percepisce nella relazione e nel partner e che cerca di colmare attraverso un’altra persona diversa dal partner. Spesso è solo un bisogno di piacere, e anche quando non è solo piacere sessuale, è sempre mosso da un bisogno egoistico, ovvero dal un bisogno di trovare nell’altro (altro anche rispetto al partner) quello che manca a sé stessi.
Tradire e riconsegnare l’altro a sé stesso deriva da un’incapacità di trovare nell’altro quello di cui ho bisogno, per cui se quella persona non mi dà quello che cerco, la cerco di un’altra persona. Il tradimento in questo senso allora è una continua fuga da sé stessi perché consiste nel consegnare l’altro a sé stesso quando non mi serve più per il mio bisogno e continuare a cercare nell’altro (diverso dal partner) quello che, in realtà, manca a sé stessi. L’altro è solo un oggetto con cui perpetrare la fuga da sé.
Tradire in questo senso significa continuare a nascondersi, a non rivelarsi, continuare la fuga e il rifiuto di prendersi cura di sé stessi. In fondo chi tradisce l’altro, non tanto consegnando l’altro a sé ma rifiutando di prendersi cura della propria persona, non tradisce anche sé stesso?
Chi tradisce, chi inganna, chi manca di fiducia è chi non vuole vedere la verità. E’ chi si nasconde, chi non si rivela all’altro, chi lo fugge.
Il tradimento che facciamo a noi stessi ogni qualvolta non ci prendiamo cura di noi, ogni qualvolta fuggiamo da noi stessi, è il peggiore degli inganni. Ci inganniamo con le nostre mani, inganniamo noi stessi, negando o sacrificando quello che realmente siamo, perché ci fa troppa paura conoscere quello che siamo nella nostra interezza. Per cui, tradiremo sempre l’altra persona (non necessariamente con l’infedeltà sessuale) saremo sempre infedeli, se prima non facciamo un patto di fedeltà con noi stessi. Se non siamo cioè leali con noi stessi, se non rispettiamo chi siamo nel profondo. Il problema è che spesso ci rifiutiamo anche di conoscere chi siamo. Mentre essere fedeli a sé stessi richiede quell’impegno quotidiano nel conoscersi, nell’ascoltarsi, nel prendersi cura di sé, nel rispettarsi, nell’accogliere l’altro dentro di noi.
La lealtà o la fedeltà è un atteggiamento morale nei confronti della verità. Atteggiamento che implica una scelta costante ogni qualvolta si presenta l’Altro, l’ignoto, ciò che non si conosce, con la paura che esso comporta, è la scelta di non fuggire, di non eliminarlo, bensì di aprirgli la porta, di andargli incontro. Si sceglie di conoscere, di guardare la verità. In primis di sé stessi. Essere leali e fedeli è questa apertura all’altro e devozione alla verità. Per questo anche etimologicamente parlando, essere fedeli dal latino fidelis da fides, significa avere fiducia ed essere meritevole di fiducia.
Solo da una simile fedeltà a sé stessi può nascere una fedeltà anche nei rapporti, che non è un vincolo auto-imposto nelle relazioni al fine di non perdere il partner. La fedeltà nei rapporti interpersonali diventa spontanea quando noi siamo fedeli a noi stessi.
Essere fedele a noi stessi allora non significa nemmeno essere tutto quello che l’altro partner vuole o si aspetta, chi è fedele può permettersi di essere diverso, di far rispettare i propri confini, di non annullare la propria identità, ma resta allo stesso tempo rispettoso dell’altro. Può essere sia soggetto sia oggetto nella relazione. Questo può farlo solo se conosce sé stesso, se ha un’identità stabile e autonoma, solo se ha imparato a prendersi cura di sé stesso e dei propri bisogni.
Essere fedele a sé stessi non significa restare immutabile, ma al contrario permettersi di cambiare, poter essere quell’altro che per tanto tempo abbiamo imparato che non potevamo essere. Essere fedele significa essere vero, non nascondersi a sé stesso, rivelarsi, non fuggire, significa avere fiducia, accogliere l’altro, dentro e fuori di noi.
Il tradimento invece è negazione della verità e rottura della fiducia. Eppure il tradimento contiene in sé un’importante opportunità. Una citazione di Hanif Kureishi da “Nell’intimità” recita così: “Se non si lasciasse niente o nessuno non ci sarebbe spazio per il nuovo. Forse ogni giorno dovrebbe prevedere almeno un’infedeltà essenziale o un tradimento necessario.” Nel tradimento, nella negazione della verità, dell’Altro c’è la potenzialità del trovare una strada per accoglierlo, o meglio per poter fare una sintesi tra l’uno e l’altro, nella nostra identità così come nelle relazioni con gli altri.
Il tradimento resta sempre così negativo perché spesso ci fermiamo a questo atto di negazione. Non ne comprendiamo il senso. E’ così che il tradimento resta tale, fine a sé stesso. Quella violenza e quella negazione non ci servono a nulla. Non impariamo nulla.
Spesso rimaniamo fermi a quel primo tradimento della fiducia che abbiamo subìto quando eravamo piccoli, a quelle ferite emotive quando non abbiamo potuto essere noi stessi, quando l’altro che in noi è stato negato e rifiutato. Spesso rimaniamo per tutta la vita con quelle ferite e con quelle paure. Abbiamo imparato che per essere amati non possiamo essere quell’altro e continuiamo a tradire noi stessi (e di conseguenza anche gli altri).
Come scrissi a proposito della separazione, anche il tradimento contiene in sé le potenzialità di una crescita, di una presa di consapevolezza. Sia per il tradito, sia per il traditore. Quando si parla di tradimento nelle relazioni, allora molto forse dipende tanto da come viene vissuto il tradimento, o meglio come viene affrontato successivamente, oltre che da come è stato compiuto.
Esso può rivelare molto delle parti. Può essere l’occasione per incontrare l’altro che è dentro di noi. Quell’ombra, usando il linguaggio di Jung. Il tradimento (così come la separazione) può essere il passo necessario per conoscerla, ma soprattutto per integrarla al fine di raggiungere quell’interezza, un’armonia dove anche l’Altro trova un posto e smette di rivoltarcisi contro perché lo neghiamo, impedendo lo sviluppo della nostra soggettività unica.
Nel poter essere diversi, nel poter essere altro, nella possibilità e nell’accettazione del cambiamento, nella convinzione che non si può essere sempre uguali ma che bisogna poter cambiare per essere veri e autentici, per sviluppare la propria identità.
Il termine identità letteralmente significa stessa cosa. Forse è proprio questo che ci fa cadere in errore. Pensiamo che dobbiamo essere sempre uguali, sempre solo una cosa. Crediamo che nel dover essere sempre uguali troviamo sicurezza e solidità. In realtà, paradossalmente è solo cambiando, soltanto potendo oscillare tra l’uno e l’altro, tra il familiare e il non familiare, potendosi permettere di essere più cose che si raggiunge un’identità stabile e persistente.
E’ un paradosso metafisico, quello della nave di Teseo: la persistenza delle forma, la durata, la solidità, la sicurezza chiamatela come volete, non si ottiene nel non cambiare, nel dover essere sempre uguale, quanto piuttosto nell’intercambiabilità, nel poter essere anche altro. E’ nel poter essere altro che l’identità diventa stabile.
Poter essere altro implica la ristrutturazione dei nostri pensieri irrazionali rigidi e assoluti che ci dicono “devi essere così” e delle nostre modalità di reazione e comportamento che ne derivano. Dobbiamo cambiare modalità, “il come” teniamo insieme le parti. Così saremo cambiati (nella sostanza) ma saremo sempre gli stessi.
Poter essere altro però richiede molte volte la fiducia di cui tanto vi parlo. Un salto nel vuoto oltre la paura. Come si fa ad imparare la fiducia?



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