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Le parole ci salveranno – #7 Conflitto

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La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. La settima puntata metteva al centro la parola “conflitto”.

“La pace non è l’assenza di conflitto ma la presenza di alternative creative per rispondere a quel conflitto, alternative a risposte passive o aggressive, alternative alla violenza”.

Questa citazione attribuita a Dorothy Thompson, giornalista statunitense vissuta il secolo scorso, mi permette oggi di parlare di conflitto.

La parola conflitto deriva dal latino “conflictus” che significa urto o scontro, e che a sua volta deriva dal verbo “confligere” che significa urtare una cosa con un’altra, composto da “cum” e “fligere” percuotere insieme, collidere, anche combattere.

Oggi abbiamo una visione del conflitto come qualcosa di necessariamente distruttivo, ovvero qualcosa di violento in cui dobbiamo distruggere l’altro per non farci distruggere. Lo scontro deve portare all’annullamento dell’altro, ad un vincitore e ad un perdente. Chi ha il potere e chi lo subisce. Questo avviene tanto nelle relazioni internazionali quanto in quelle interpersonali. In questi casi si parla di giochi a somma zero.

Ma perché non riusciamo a vedere il conflitto, lo scontro come qualcosa di costruttivo? “Ogni volta che sei in conflitto con qualcuno, c’è un fattore che può fare la differenza tra danneggiare la relazione e rafforzarla. Questo fattore è l’atteggiamento”. Se come dice lo psicologo e filosofo William James, cambiamo il nostro atteggiamento e ci orientiamo al bene comune, al compromesso (letteralmente “promesso insieme”), il conflitto allora può essere costruttivo, la sua gestione può essere l’occasione per rafforzare una relazione, perché le parti hanno cooperato. Si tratta di un gioco a somma positiva.

Fare ciò richiede di mettere da parte l’egoismo, la voglia di primeggiare, la sete di potere ma soprattutto la paura. Richiede di andare oltre, richiede fiducia reciproca l’uno nell’altro e fiducia in sé stessi.

Lo scontro, la collisione, il conflitto sono inevitabili: anch’essi fanno parte della vita umana. E la pace – come afferma Dorothy Thompson non è l’assenza di conflitti, ma la gestione degli stessi in modo creativo. Si crea, si aggiunge valore nella relazione di cui tutti possono goderne. Non c’è un vincitore e un vinto, non c’è distruzione. Oggi in questo senso siamo poco capaci a gestire i conflitti perché siamo più capaci a distruggere che a creare.

Distruggiamo l’altro per paura, ma nel distruggere l’altro non vinciamo realmente. Distruggiamo i rapporti e distruggiamo in primis noi stessi. Nel distruggere l’altro, distruggiamo noi stessi. Ci autodistruggiamo, senza neanche accorgercene. La spirale della distruzione e della violenza parte e ritorna a noi. Rompere il ciclo della violenza non è facile: chi ne è stato vittima spesso si trasforma in carnefice perché non ha mai superato ciò che ha subito.

La psichiatra e psicanalista Felicity De Zulueta nel libro “Dal dolore alla violenza – Le origini traumatiche dell’aggressività” vede l’aggressività e la violenza come “attaccamento andato male” e come risposte alle ferite e ai traumi che si conoscono nell’infanzia. Si intende che più sono gravi i traumi subiti più la violenza può manifestarsi come una sorta di tentativo di trovare sicurezza, in persone che hanno subito gravi traumi e abusi, che da vittime diventano carnefici.

Tralasciando casi estremi di violenza, risposte aggressive – come al contrario risposte passive – nelle discussioni e nelle conversazioni che abbiamo ogni giorno, sono tipiche di ciascuno di noi. L’essere passivi o l’essere aggressivi, talvolta anche passivi-aggressivi, sono degli stili comunicativi che abbiamo appreso nelle nostre relazioni primarie. La violenza fisica è solo una delle manifestazioni più visibili e gravi di comunicazione non verbale. Ma anche nella comunicazione verbale c’è tanta violenza.

La parola violenza così come il verbo violare derivano dalla radice del latino “vis” che significa forza. Esiste violenza ogni qualvolta non si rispetta l’altra persona, ogni qualvolta si prova ad annullarne la sua alterità, ogni qualvolta per l’appunto si violano i suoi confini personali, la sua identità, i suoi bisogni.

Come insegnano molti pedagogisti e psicologi, il processo educativo in famiglia, come a scuola è spesso caratterizzato da forme di violenza. Escludendo sempre casi estremi(eppure purtroppo ancora diffusi) di maltrattamenti fisici e abusi sessuali, forme di violenza psicologica che si esprimono principalmente attraverso la comunicazione verbale sono più diffusi di quanto ci piace credere. Sicuramente un tempo – penseranno alcuni – era molto peggio, basti pensare alle generazioni dei nostri nonni e bisnonni, magari e all’utilizzo della violenza fisica come strumento educativo per costringere all’ubbidienza. Oggi forse lo schiaffo è meno diffuso di allora, ma altre forme di violenza forse anche più subdole sono presenti nel modo in cui comunichiamo, nelle relazioni che abbiamo sin dall’infanzia.

Studiare la comunicazione significa anche individuare le disfunzionalità nelle relazioni, ovvero quei casi in cui manca la parità e la reciprocità nel rispetto e nell’accettazione dell’altro. In questo senso, il conflitto non è necessariamente disfunzionale. Lo è se serve sempre ad annullare l’altro, se porta ad un escalation di distruzione e violenza, non lo è se viene colto come occasione per ricalibrare il rapporto, per ricentrarlo nella reciprocità, per dargli un equilibrio più funzionale.

Ognuno di noi, a seconda dei contesti comunicativi in cui si trova adotta registri e stili comunicativi diversi. Spesso la paura e l’insicurezza ci spingono ad adottare una modalità ed uno stile prevalente, ovvero automatico di comunicazione, di risposta e reazione. Ciò significa che ognuno di noi, inconsciamente ed automaticamente, quando prova un senso di paura e di insicurezza tenderà a rispondere come ha imparato a rispondere tanti anni fa.

Lo stile aggressivo è normalmente tipico di chi, non vedendosi riconosciuti i propri bisogni, ha imparato ad entrare in modalità di difesa e di attacco, perché ha costruito un’immagine degli altri negativa. Non si fida degli altri.

Lo stile passivo è di norma tipico, di chi non vedendosi riconosciuti i propri bisogni, annulla sé stesso ed entra in una modalità di assoggettamento, perché ha costruito principalmente un’immagine di sé negativa. La modalità passivo-aggressiva è una modalità aggressiva travestita da passiva, quindi più subdola e difficile da riconoscere.

Questi stili comunicativi dicono molto di chi siamo stati, delle modalità che abbiamo imparato di reagire, di essere in relazione, di comunicare e di sentirci al sicuro.

Non soltanto i litigi e i conflitti, ma anche talvolta semplici interazioni quotidiane, spesso diventano distruttivi perché in essi viene fuori tutto questo: il vecchio ricordo di mancanze e bisogni insoddisfatti, il dolore e la paura, ed entriamo in una modalità di “sopravvivenza” in cui rispondiamo, reagiamo come abbiamo appreso a reagire, secondo una modalità aggressiva, passiva, o passivo-aggressiva. Lungi dal costruire o dal creare un luogo sicuro, però non ci rendiamo conto che così distruggiamo i rapporti, l’altra persona che abbiamo di fronte e noi rimaniamo insicuri come prima.

Eppure, non è mai troppo tardi per imparare una nuova modalità comunicativa, improntata all’ascolto attivo dell’altro e alla contemporanea affermazione di noi stessi. L’assertività, lo stile di comunicazione assertivo, è quello che tiene insieme e che trova un equilibrio tra le tipologie di comunicazione e comportamento aggressivo e passivo. Permette di vivere i rapporti con gli altri in modo equilibrato, cioè senza subire e senza aggredire.

Anche se per anni, a volte una vita intera, abbiamo avuto stili comunicativi diversi (quelli sopra menzionati) e li abbiamo ripetuti quasi all’infinito credendo di trovare la sicurezza che ci mancava, non è mai troppo tardi per imparare un nuovo stile comunicativo, un nuovo modo per essere al sicuro, davvero. Lo si può fare ma solo se decidiamo di lavorare su di noi, di prenderci cura di noi stessi, di tenere insieme anche l’Altro che è in noi. Certamente, occorre tempo per imparare qualcosa di nuovo.

Bisogna come ogni volta che si impara qualcosa di nuovo, ripetere tante volte prima di poter acquisire quell’abilità e renderla in qualche modo automatica. In questi casi dovremmo sostituire i nostri vecchi modi di reagire, di comunicare, appresi nell’infanzia nelle relazioni primarie e divenuti così automatici e inconsapevoli con una nuova modalità più funzionale che ci permette di stare meglio. Bisogna disimparare e imparare di nuovo. E prima della messa in pratica, tutto ciò richiede una grande dose di autoconsapevolezza. Riflessione su noi stessi che può partire proprio dai nostri comportamenti, dalle nostre reazioni, da ciò che diciamo, da ciò che non diciamo e dal modo in cui lo diciamo. Analizzando noi stessi.

Secondo il sociologo francese Alain Ehrenberg autore de “La fatica di essere sé stessi – Depressione e società”, il diffondersi della depressione è una conseguenza del perduto rapporto con il conflitto, o meglio con la sua gestione. L’attuale cultura della prestazione e dell’efficienza non ammette alcuna gestione del conflitto, perché essa richiede tempo. Il soggetto conosce due condizioni: funzionare o rinunciare. Un po’ come le macchine e il mondo digitale, o 0 o 1. O acceso o spento. O vincere o perdere. E lo stesso vale per i rapporti: o funzionano perfettamente o niente. Ma la vera fatica di essere sé stessi non è quella della lunga gestione del conflitto, dello scontro-incontro con l’altro, bensì quella del suo evitamento, della sua espulsione.

I conflitti, in realtà, non sono per forza distruttivi. Anzi lo scontro è proprio l’occasione per l’incontro con l’Altro. Solo in questo senso i conflitti mostrano il lato costruttivo e creativo. Ed è solo dai conflitti, nell’accezione di questo scontro-incontro che nascono relazioni e identità stabili, perché permettono di integrare l’altro.

Il processo di maturazione emotiva, detto spesso processo di sviluppo individuale e psicosociale è secondo molti psicologi dividono in più fasi o stadi. Erik Erikson ne individua 8 stadi, ciascuno caratterizzato da un conflitto bipolare, che caratterizzano l’intero ciclo di vita dell’individuo. Il passaggio da uno stadio all’altro implica il superamento di una “crisi evolutiva”, ovvero proprio la capacità di gestire il conflitto e realizzare l’integrità dell’Io.

Per Erikson tali stadi sono:

  • Prima Infanzia 0-1 anno (fase orale-respiratorio), fiducia/sfiducia;
  • Infanzia 1-3 anni (fase anale-uretrale), autonomia/vergogna e dubbio;
  • Età genitale 3-6 anni (fase infantile-genitale), iniziativa/senso di colpa;
  • Età scolare 6-12 anni (fase di “latenza”), industriosità/inferiorità;
  • Adolescenza 12-20 anni (pubertà), identità e contestazione/diffusione di identità;
  • Prima età adulta 20-40 anni (genitalità), intimità e solidarietà/isolamento;
  • Seconda età adulta 40-65 anni, generatività/stagnazione e auto-assorbimento;
  • Vecchiaia 65 in poi, integrità dell’Io/disperazione.

In generale, secondo altri autori il processo di crescita ed evoluzione individuale richiede quindi la gestione di un conflitto. Il problema è che spesso proprio l’incapacità di gestire il conflitto, integrando nel sé anche l’altra parte, non permette all’individuo di evolversi. Molto spesso egli resta fermo ad uno stadio dello sviluppo e non raggiunge l’integrità, o l’interezza. La piena realizzazione del sé.

Molto spesso in termini di processo di maturazione emotiva ed affettiva si rimane in una condizione di dipendenza, come già detto in precedenza, per l’impossibilità di prendersi cura dei propri bisogni. Le fasi della maturazione emotiva sarebbero quindi quattro, in parte sovrapponibili agli stadi di sviluppo teorizzati da Erikson e da altri psicologi. La prima è la fase della dipendenza; la seconda è la fase della controdipendenza; la terza è la fase dell’indipendenza; la quarta è la fase dell’interdipendenza. Anche qui ciascuno stadio implica una gestione del conflitto.

La persona cresce e matura nella gestione del conflitto, così come le relazioni.


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