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Le parole ci salveranno – #8 Malattia, mente e corpo

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La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. L’ottava puntata metteva al centro il tema della malattia e la relazione tra mente e corpo.

“La malattia è un conflitto tra la personalità e l’anima. Molte volte, il raffreddore “cola” quando il corpo non piange. Il dolore di gola “tampona” quando non è possibile comunicare le afflizioni.
Lo stomaco “arde” quando le rabbie non riescono ad uscire. Il diabete “invade” quando la solitudine duole.
Il corpo “ingrassa” quando l’insoddisfazione stringe. Il mal di testa “deprime” quando i dubbi aumentano. Il cuore “allenta” quando il senso della vita sembra finire.
Il petto “stringe” quando l’orgoglio schiavizza. La pressione “sale” quando la paura imprigiona. La nevrosi “paralizza” quando il bambino interno tiranneggia […]
La malattia non è cattiva, ti avvisa che stai sbagliando cammino.”

La citazione con cui ho scelto di aprire questa newsletter appartiene al drammaturgo Alejandro Jodorowsky. Forse vi farà un po’ storcere il naso leggendola perché come società occidentale abbiamo una concezione della malattia parecchio diversa. Con la riflessione che segue, sul tema della malattia e del rapporto mente-corpo, non si vuole negare i progressi scientifici nel campo della medicina, né proporre metodi alternativi, piuttosto ampliare l’orizzonte sui significati che la malattia, la condizione di stare male e l’essere malati portano con sé.

L’etimologia del termine malattia è discusso: secondo alcuni il termine deriva da quello di “malato”, che a sua volta proviene, per crasi ed allitterazione, dal latino “male aptus” traducibile in malconcio o malmesso, o da male-actio ossia mala azione, ovvero azione cattiva o errata. Un’altra possibilità è che derivi dal latino “male habitu(m)”, che sta per cattiva disposizione.

In entrambi i casi, a prescindere da quale sia la vera origine etimologica, si ricava che la malattia si sostanzia in una cattiva disposizione o azione del soggetto, dell’individuo. Quando non deriva da specifiche cause organiche riscontrate dalla medicina è possibile sostenere che la malattia che si manifesta con sintomi corporei abbia natura metaforica proprio come nella citazione sopra e riveli quindi un malessere della sfera emotiva e psicologica.

Molte volte, ormai è risaputo anche nella nostra società – anche se ancora colpevolmente troppo spesso ignorato – i sintomi di un corpo che sta male sono i sintomi della mente che sta male. Con i sintomi, con la manifestazione fisica di un disturbo, di una malattia che è prima della mente e poi del corpo, dovremmo essere chiamati ad ascoltare cosa è che non ci fa stare bene.

La verità è che però nessuno mai ci ha insegnato ad ascoltare i sintomi e la saggezza del nostro corpo e ad andare alla radice, all’origine del malessere. Siamo piuttosto abituati a mettere a tacere quei sintomi attraverso i farmaci: è la via più semplice. Ma non è mai quella realmente risolutiva. Questo perché le malattie psicosomatiche e i disturbi psicologici (stiamo attenti quando non c’è alcuna causa organica riscontrata) sono sostanzialmente dei disturbi relazionali, nascono da problemi di comunicazione e da pensieri irrazionali appresi.

Ad affermare queste – forse ancora scomode – verità ci aveva pensato già lo psicologo Paul Watzlawick nel 1967 con il libro Pragmatica della comunicazione umana, in cui spiegava come il comportamento patologico (nevrosi, psicosi, e in genere le psicopatologie) non esiste nell’individuo isolato ma è soltanto un tipo di interazione patologica (appresa) tra individui. Da qui, ne deriva secondo l’autore che è possibile, studiando la comunicazione, individuare delle ‘patologie’ della comunicazione e dimostrare che sono esse a produrre le interazioni patologiche.

Si tratta di interazioni patologiche perché ci fanno stare male. Ci fanno stare male perché vanno contro chi siamo davvero, ci fanno stare male perché sono relazioni che si basano sul potere, sulla violenza e sull’annullamento. Ciò che apprendiamo a livello di pensiero inconscio è che finiamo per credere è che possiamo fare/ essere troppo fino ad imporci e annullare l’altro, perché l’altro non è abbastanza, o possiamo fare/essere troppo poco così che dobbiamo annullare noi stessi perché non siamo abbastanza. Questo genere di relazioni ci fanno stare male perché mancano di accettazione. Mancano di fiducia. Mancano – a qualche livello – di amore.

Secondo Jung, “dove l’amore impera non c’è desiderio di potere, e dove il potere predomina, manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro.

Lo psicologo Carl Rogers, ideatore della terapia non direttiva o centrata sul cliente, riteneva che la causa del disagio psicologico (e spesso fisico) fosse l’accettazione di valori (e comportamenti, e quindi modi di relazione) dall’esterno che non corrispondono con i valori del Sé e che ne impediscono l’autorealizzazione. La psicoterapia ha perciò lo scopo di far comprendere ciò che sostanzialmente “non è in linea” con i nostri valori, ciò che impedisce lo sviluppo della propria identità e permette di rafforzare la capacità dell’individuo di auto-regolarsi, diventando consapevole di ciò che fa per lui, di ciò che vuole e di ciò che non vuole, e dunque che gli fa male.

Riallacciandomi a quanto detto nelle precedenti newsletter, si comprende che quando siamo bambini nel contesto familiare, nell’interazione con gli altri significativi, apprendiamo dei modi di interagire, di comunicare e di pensare più o meno patologici, nel senso che pur di sentirci al sicuro, pur di vederci soddisfatti taluni bisogni andiamo contro noi stessi.

Tali modalità le portiamo dentro di noi, anche quando cambiamo contesto, quando lasciamo la nostra famiglia, quando andiamo a scuola e anche quando siamo adulti, a lavoro e in tutte le nostre altre relazioni. Come ho detto in precedenza, ci portiamo quella visione, quell’immagine di noi stessi, degli altri e quegli schemi di pensiero, quei modi di comunicare ed interagire, di vivere le emozioni che abbiamo appreso nella nostra infanzia. Quel bagaglio di bisogni insoddisfatti, ferite emotive e sfiducia, modi di reagire automatici che, se non compresi, rischiano di portarci lontano da noi stessi. Con tutti i malesseri che questo comporta nella quotidianità, nelle relazioni che abbiamo con gli altri e con noi stessi e in ogni singola azione che compiamo.

Come mangiamo, come ci vestiamo, come spendiamo i nostri soldi, come occupiamo il nostro tempo libero: in tutte le azioni che compiamo, nei comportamenti più o meno manifesti, noi stiamo comunicando (in maniera più o meno sana), perché siamo esseri relazionali e stiamo producendo senso. Quali di questi comportamenti e forme di comunicazione coincidono realmente con chi siamo? Quali invece le mettiamo in atto spesso automaticamente ma ci portano lontano, ci portano a fuggire dal nostro vero Sé?

Nessuno ci insegna ad auto-osservare i nostri comportamenti, così come nessuno ci insegna ad ascoltare le manifestazioni del nostro corpo, perché non crediamo questi abbiamo un senso, che facciano parte di un sistema di relazione e di significati molto più complesso. Li vediamo solo per quello che sono in superficie. Un mal di pancia. Un mal di testa. Un po’ d’ansia. Non siamo abituati a chiederci – o forse ci rifiutiamo di andare fino in fondo alla domanda – perché mi fa male la pancia? perché mi fa male la testa? Se solo scegliessimo di vedere quel sintomo all’interno di un quadro interpretativo più ampio, ci accorgeremmo di tutto quello che finora ci è sfuggito su noi stessi.

Tutto quello che facciamo, così come quello che viviamo, compresa la malattia, ha un significato: è un senso che noi produciamo per rispondere e reagire alle condizioni dell’ambiente sociale, culturale o naturale che sia. Così come se respiriamo aria sporca ci ammaliamo, allo stesso modo se viviamo in relazioni malsane ci ammaliamo. Quando l’ambiente esterno naturale è malsano facciamo presto a dirlo, invece per quanto riguarda l’ambiente sociale chiudiamo sempre un occhio.

E’ ancora un tabù affermare che sono le modalità relazionali e di comunicazione che abbiamo appreso a farci stare male. Eppure è proprio questa resistenza che non fa altro che prolungare il nostro malessere. Quando in realtà prendere consapevolezza di queste verità nella propria vita, è mettere le basi per la guarigione e per la cura di quelle stesse relazioni.

Certamente, non si può dire che esista una comunicazione totalmente priva di patologie, perfettamente sana. Entrare in relazione ha in sé la possibilità di far stare male, perché ognuno di noi è unico, e proprio questa unicità di valori, di modi di sentire e di vivere che rende il tutto estremamente complesso. Ogni altra persona è sempre altro rispetto a noi stessi. Eppure è proprio quell’alterità che ci spinge ad entrare in relazione, che ricerchiamo e che spesso temiamo allo stesso tempo, perché pensiamo possa farci male. Per stare al sicuro abbiamo imparato il più delle volte a controllare, ad evitare, a fuggire o ad eliminare l’Altro dalle nostre vite, per paura che questo possa ferirci. Senza renderci conto, tuttavia, che spesso è proprio l’eliminazione dell’Altro a farci stare male. In quanto esseri relazionali necessitiamo dell’Altro.

L’incapacità di fidarci, di andare incontro all’Altro, di aprirci, di accogliere la paura, il rischio e l’incertezza è ciò che ci fa stare male. La società dell’incertezza è una società senza fiducia, che sta male perché non è in grado di accettare quell’incertezza, quell’alterità in senso lato che è parte della vita stessa, è quella società che allora prova in tutti i modi a negare l’alterità, controllandola, evitandola, mettendo muri, così come assimilando, nella ricerca apparente di certezza, di sicurezza. Sicurezza che non esisterà mai come negazione dell’incertezza, ovvero senza la fiducia, senza l’accettazione dell’insicurezza stessa, del rischio, senza l’accettazione dell’Altro.

Probabilmente se comunicare significa tenere insieme l’uno e l’altro, noi esseri umani siamo chiamati allo sforzo di dover sempre cercare un equilibrio tra due dimensioni, affinché una non prevalga sull’altra. Affinché uno non annulli l’altro. Questa costante esigenza di bilanciamento, di equilibrio, di misura è ciò che ci occorre per stare bene.

Ed è quella che genera la trasformazione, l’evoluzione e la crescita personale. Crescita che diventa spirituale, dell’anima quando mente e corpo stanno realmente in armonia. E le emozioni sono proprio il ponte tra mente e corpo, perché esse sono quelle che permettono il costante flusso, passaggio di significati tra corpo-mente-mente corpo, tra ambiente esterno e organismo interno. I problemi relazionali e di comunicazione hanno quindi il più delle volte a che fare oltre che con modi di pensare illogici e irrazionali, con un’incapacità nel regolare le emozioni che deriva proprio da quei modi di pensare assoluti e rigidi.

Si parla di dis-regolazione emotiva nei casi in cui non siamo in grado per l’appunto di trovare una misura nelle emozioni che proviamo. O quando le proviamo in eccesso per mancanza di controllo delle stesse, o quando le proviamo in difetto, ovvero quando le controlliamo così tanto da impedirci di sentirle. Le emozioni così vissute diventano disfunzionali ma dipendono da schemi di pensiero appresi spesso assoluti ed illogici. Chi controlla le emozioni può aver vissuto un’infanzia in cui le relazioni erano improntate sull’invalidazione emotiva, sulla negazione dei sentimenti e dei problemi, per cui ha imparato a negare anch’egli quello che prova e continua a farlo nel presente; chi invece non riesce a controllare le emozioni potrebbe invece aver un vissuto di trascuratezza emotiva o di abbandono.

Tutto rimanda a ciò che abbiamo appreso. Alle nostre prime interazioni comunicative e relazioni. Dal nostro vissuto infantile abbiamo ricavato degli schemi di pensiero inconsapevoli talvolta assoluti ed illogici che tuttavia determinano automaticamente le nostre emozioni e le nostre azioni, quindi i nostri modi di relazione e di comunicazione. Come sostiene lo stesso Watzlawick “non è possibile non comunicare”, però io credo che non sia mai troppo tardi per imparare nuovi modi di comunicare, dei modi migliori, che ci permettano di stare bene con noi stessi e con gli altri.

La comunicazione ha sempre a che fare con la fiducia. E’ la mancanza di essa, in qualche misura l’incapacità di accettare noi stessi e gli altri, che determina quelle patologie della comunicazione, delle relazioni. La difficilissima impresa del regolare, del bilanciare, del tenere insieme che siamo chiamati – se vogliamo stare bene – a mettere in atto ogni singolo giorno.

Per potere guarire da queste patologie, però, forse occorre uno shock esterno, che ci faccia prendere consapevolezza e che ci permetta di invertire rotta. Per guarire occorre una motivazione tanto forte da permetterci di muoverci in senso contrario rispetto a come siamo andati fino a quel momento, rispetto a quelle “patologie” che ci impediscono di stare bene e di essere ciò che vogliamo essere.

La motivazione per l’appunto è spesso legata ancora una volta a grandi eventi esterni che creano uno shock necessario per svoltare. Lo shock alle volte è una malattia, altre volte un incidente, una perdita, un evento che implica un incontro con l’altro, perturbante e talvolta così inaspettato (da non potercisi opporre), ma se accolto e compreso, rivela il suo potenziale salvifico. Infatti, questi eventi che introducono una rottura talvolta determinano un’inversione di rotta nel soggetto perché innescano grandi sentimenti, costringono l’individuo a guardarsi all’interno. Dalla paura di morire o di perdere ciò che ci è di più caro spesso nasce la più forte voglia di vivere la vita, di scoprire sé stessi e di amare.

Solo simili motivazioni come la voglia di amare, di conoscere sé stessi e di sentire la vita sono il motore che dà inizio al lungo processo di guarigione, che non è tanto una meta da raggiungere, quanto piuttosto un nuovo stile di vita, quello di chi, giorno per giorno, sceglie di accettare l’Altro nella propria vita, perché ha compreso che è nell’imparare la fiducia la possibilità di stare bene.

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