La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. La 18esima puntata era sul tema della cura e del prendersi cura.
Prendersi cura significa che ti sta a cuore qualcuno o qualcosa, che ti interessa, che ti importa profondamente conoscerne l’unicità.
Sono mesi che rifletto sulla parola prendersi cura. Che cosa significa davvero? Di cosa è fatto concretamente il prendersi cura? Qui sopra ne ho dato una mia sintetica definizione, ma voglio cercare di sviscerare un po’ il concetto perché credo che avere e prendersi cura è l’atto che ci connota di più in quanto esseri relazionali.
Voglio tornare ad una metafora che ho proposto più volte forse a proposito di pazienza e di saper attendere, nel senso di “tendere verso”. La metafora è quella delle piante. Affinché una pianta cresca non basta seminare e non è sufficiente nemmeno aspettare che il tempo passi, è necessario “attendere” ossia tendere verso quella pianta, innaffiarla, fargli ombra se necessario, esporla al sole, dargli il concime, riconoscerne i bisogni, vederla e ascoltarla in profondità, prendersene cura, appunto. Interessarsi di essa. Un po’ come la rosa del Piccolo principe.
“Un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”– scriveva Antoine De Saint-Exupery.
E ancora: “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.” Soltanto che il tempo non si perde davvero, quanto piuttosto si dedica, non si spreca, ma si offre. Nella società occidentale e in generale a causa del capitalismo siamo troppo abituati a trattare il tempo come il denaro. La metafora del tempo come denaro è così evidente nel linguaggio (ma anche nel pensiero) con espressioni come perdere, investire, spendere, sprecare tempo. Non si può certo eliminare questa visione del tempo, ma la si può affiancare ad altre come quella del tempo come un dono.
Lo stesso discorso fatto per la rosa allora per certi versi vale con le persone e con le relazioni. Prendersi cura di qualcuno significa interessarsi della sua unicità, voler vedere, ascoltare e riconoscere fino in fondo all’anima quella persona. Con le relazioni subentra il problema della reciprocità (che diciamo con le piante non sussiste!!!) perché le persone devono anche voler essere viste, ascoltate e riconosciute in profondità e per essere visti dagli altri, dobbiamo prima essere noi a voler riconoscere noi stessi fino in fondo. Dobbiamo essere noi prima a prenderci cura di noi stessi, a curarci, ad interessarci di chi siamo.
Alle volte questo può essere molto difficile. E’ più facile restare in ciò che è familiare, ripetere (riprodurre) ciò che abbiamo appreso, comprese mancanze e negazione. John Bowlby nella teoria dell’attaccamento sostiene che il bambino si costruisce un modello interno di sé stesso (un’immagine anche di sé e degli altri) in base a come ci si è presi cura di lui. In altre parole impara da come è stato curato e amato.
In merito a questo, ritengo però che ancora non ci domandiamo abbastanza cosa ci è mancato e cosa ci è stato negato, come abbiamo reagito alla mancanza o all’insoddisfazione di quei bisogni e come e quando continuiamo a ripetere quel modello o quell’immagine che abbiamo appreso anche se non è in linea con chi siamo realmente. Che cosa ci manca ancora oggi?
L’amore e il prendersi cura richiede una profonda consapevolezza di chi siamo, di cosa ci è mancato, e di cosa ci manca ancora oggi. Per amare, per imparare a prendersi cura dobbiamo essere disposti a fare questo viaggio profondo dentro di noi, ad incontrare le nostre paure, la nostra ombra (quell’altro che non abbiamo potuto essere), a vedere e vivere le nostre mancanze. E capire come per anni abbiamo reagito o risposto a quello che ci faceva paura, come lo abbiamo negato.
Perché un bisogno insoddisfatto nell’infanzia resta un bisogno non soddisfatto anche nell’età adulta, che proviamo inconsciamente a colmare dall’esterno. Un vuoto, una mancanza che cerchiamo di controllare, di nascondere, ignorare, fuggire in mille modi con le dipendenze (affettive, da sostanze, da lavoro), mantenendoci sempre impegnati. Perché quel vuoto, quella mancanza pensiamo debba essere qualcosa o qualcuno dall’esterno a colmarla, e invece così facendo non si colma mai, perché solo noi possiamo scegliere di vedere quel dolore, quel vuoto, quella mancanza e prendercene cura. E’ solo questa la strada per diventare interi.
La domanda che mi pongo più spesso è come e quando impariamo a prenderci cura di noi stessi e quando e perché non riusciamo molte volte a farlo anche per tutta la vita? Quando, come, perché scegliamo di vedere veramente la nostra unicità? Quando e perché invece decidiamo di rimanere nascosti? Di continuare a negarla?
In altre parole quando smettiamo di pensare che sia l’altro a doversi prendere cura di noi, quando diventiamo responsabili, autonomi tanto praticamente quanto emotivamente, quando e come cresciamo?
O meglio cos’é che innesca questo passaggio da esterno ad interno? Da negazione ad accettazione? Da dipendenza ad indipendenza? Cos’è che porta dalla paura di non essere amati alla fiducia di amare? Cos’é che innesca questa trasformazione?
Continuo a coltivare queste domande. Spero possiate trovare anche voi qualcosa o qualcuno che vi stia veramente a cuore e prendervene cura, dedicandogli tutto il tempo che sarà necessario.



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