Torno ad una riflessione sulla razionalità moderna perché è un tema che mi sta molto a cuore. Come hanno spesso intuito filosofi, sociologi, scrittori a partire dal 19esimo secolo, la razionalità umana, oltre ad avere portato grandi conquiste e scoperte, ha anche un lato oscuro di cui la storia ci dà testimonianza. Penso alla violenza nazista, forse il punto massimo, ma penso in generale alla violenza che avviene ogni giorno in tutto il mondo, in ogni contesto. Parlo di violenza non soltanto fisica, quella è palese e manifesta. Non penso solo alle guerre. Penso ad una violenza più subdola, una violenza culturale forse. Insita in pratiche sociali, tradizioni, in istituzioni sociali più o meno formalizzate. Penso alla violenza nell’educazione che avviene tutt’ora, e non è ripeto solo violenza fisica – che vuoi che sia uno scapaccione minimizzano purtroppo ancora molte persone – è una violenza simbolica.
La duplice potenzialità della razionalità umana
Parlo di una violenza, forse più verbale, comunicativa, che avviene ogni volta in cui non si rispetta l’Altro, in cui si riduce al silenzio, si espelle la diversità. Ogni qualvolta si deve ridurre ad un Uno, ogni qualvolta si cerca di assimilare l’altro e farlo diventare Uguale (riprendendo la terminologia usata dal filosofo contemporaneo Byung Chul Han). Attorno al tema della diversità e dell’unità o meglio unione, è qui che la razionalità mostra la sua duplice potenzialità: una potenzialità distruttrice da un lato, che espelle e cancella la diversità, tendendo ad un Unicum, all’universalità; dall’altro una potenzialità moltiplicatrice, che rispetta e tutela la diversità, con la complessità che essa comporta.
Come tenere insieme diversità ed unione? Questo è l’interrogativo atavico. Alcuni dicono sia umanamente impossibile tenere insieme due opposti contemporaneamente. Essere sia uomo che donna ad esempio, oppure sia bene sia male, contemporaneamente e in egual misura. Forse ognuno di noi, in questa terra, sarà sempre più una cosa rispetto all’altra: sarà sempre più estroverso che introverso ad esempio. Oppure più razionale che emotivo. Ciò che conta, e ciò che è possibile però è non eliminare quell’altra parte, quell’Alterità che in primis è dentro di noi. Mantenere un’apertura alla diversità e all’alterità, andare sempre oltre noi stessi, non cercare di ridurre tutto in termini di o solo bianco o solo nero.
Ognuno degli opposti senza l’altro diventa potenzialmente distruttivo. Questo penso volevano dire tutti gli psicologi e teorici che hanno parlato di nuove forme di razionalità alternative a quella tecnico-scientifica o utilitaristica, dall’intelligenza emotiva di Goleman all’educazione razionale-emotiva di Di Pietro. Questa razionalità che ascolta la diversità che è insita in ognuno di noi è una razionalità che ci conduce vicini a noi stessi e agli altri. Non di una vicinanza totale che annulla o che si lascia annullare, ma di una vicinanza capace di accettare la distanza. Solo così è possibile un destino di unione e differenza, nella non mescolabile dualità, diceva Nietszche che è presupposto dell’amore, in primis per la nostra stessa persona.
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