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L’Odissea, a lezione di relazioni: il ritorno a casa e il riconoscimento

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L’Odissea è la storia delle storie, un classico senza tempo. Non a caso è sempre stata dai tempi del liceo classico una delle mie storie preferite, ma oggi ne apprezzo più che mai il valore e gli infiniti significati che racchiude, ovvero l’Odissea ci insegna come diventare umani, ci insegna che la vita di ciascuno di noi è un viaggio di ritorno a casa da noi stessi e per la costruzione di una casa comune. L’Odissea è per questo, a mio avviso, l’esempio più bello di integrazione a cui ogni individuo è chiamato nel costruire l’unico e autentico senso della propria vita.

Ulisse, l’eroe dal multiforme ingegno, è chiamato a trasformarsi, imparando a non abusare della propria intelligenza e dell’astuzia per riprodurre violenza e per distruggere, andando contro gli dei e gli altri esseri viventi bensì per generare e andare incontro all’altro, accogliendolo, non dominando e sovrastando. Solo così l’intelligenza di Ulisse può diventare un’intelligenza emotiva, consapevolezza e saggezza che si esprime nella cura di sè e degli altri.

E’ questa la lezione più potente dell’Odissea: la vita come processo e possibilità di crescita e di trasformazione interiore. Il viaggio di ritorno significa trasformarsi e integrare le parti mancanti di noi, poter essere sia l’uno che l’altro. Entrare in una nuova relazione con sè stessi. Tornare interi. Imparare ad amarsi e imparare ad amare.

Ed essere riconosciuti.

La parte più bella dell’Odissea – in parte sacrificata dalla comunque apprezzabile versione e trasposizione cinematografica di Christopher Nolan – è proprio il riconoscimento, che avviene tra Ulisse e Penelope, a cui ha dedicato grande respiro invece l’analisi di Alessandro D’Avenia nel libro Resisti cuore.

Perchè l’Odissea culmina davvero nel riconoscimento: è questo il ritorno a casa con l’elisir (ovvero il finale circolare, completo delle storie secondo il modello narratologico del viaggio dell’eroe di Campbell prima e Vogler). Non trovare questa scena, la scena del letto d’ulivo nella versione cinematografica di Nolan mi ha lasciato un senso di incompiutezza, che non mi ha permesso di apprezzarla pienamente per l’assenza di quei significati che l’Odissea ha per me.

Perchè Ulisse non è solo tornato a casa da sè stesso, si è trasformato, ma questa trasformazione chiede di essere vista da qualcuno e incarnata in una relazione particolare con un altro che ci ama. E per Ulisse questo altro non può che essere (oltre al cane, al servo fedele e al figlio) sua moglie: Penelope. Ulisse ha bisogno di essere visto, accolto e riconosciuto in profondità dalla donna che lo aveva già visto più di vent’anni fa. Ma Ulisse deve davvero dimostrare di essere lui, di essere tornato, deve dare prova che è capace di integrare e che ha riparato quello che in lui stesso si era rotto e il legame che lui stesso ha distrutto per le sue mancanze, non solo per l’assenza fisica quanto soprattutto per la sua sete di potere che l’ha tenuto lontano da casa oltre vent’anni, tra guerra e viaggio.

Il riconoscimento è quindi quel momento per eccellenza del ritorno all’amore: di fronte alla prova di Penelope che finge di aver distrutto le radici di quella casa comune, Ulisse si mostra non solo spiega come ha costruito quel letto ma rendendosi pienamente e finalmente vulnerabile di fronte alla donna che ama. L’eroe diventa tale perché si mette a nudo come una volta, anzi molto più di un tempo, molto più autenticamente e profondamente. Così solo dopo essersi ritrovati nell’anima, Ulisse e Penelope possono ritrovarsi anche nel corpo. Per la notte più lunga della storia dell’umanità, che forse a volte è anche solo un istante in cui si racchiude il reciproco riconoscimento, dell’uno e dell’altra.

 

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