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Le parole ci salveranno – # 16 Educazione relazionale

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La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. La sedicesima email spiega il mio lavoro sull’educazione relazionale.

“L’intuizione è la risorsa intellettuale più potente. In un certo senso, è la vostra unica risorsa intellettuale.”

Buongiorno e buon lunedì. La newsletter di oggi parte dalla parola ‘intuizione’, come suggerita dalla citazione che vi ho riportato dal libro” Mathematica : un’avventura alla ricerca di noi stessi” di David Bessis. Non ho letto il libro ma questa citazione, riportata nel calendario letterario Neri Pozza, mi ha spinto alla riflessione che segue.

Che cos’è un’intuizione? Vi è mai capitato di aver avuto un’intuizione? Vi è mai capitato di seguirla?

Partiamo al solito dall’etimologia della parola: intuizione deriva dal latino intueri e significa letteralmente guardare dentro. L’intuizione oggi viene talvolta sostituita con il termine di percezione, ma l’intuizione è qualcosa in più di una semplice sensazione o percezione sensoriale, che viviamo nel corpo, perché è qualcosa che viviamo e sentiamo anche ad un livello più profondo.
Quando si ha un’intuizione forte si sa qualcosa anche se non si hanno prove, garanzie o certezze che quella cosa possa riuscire, andare in quel modo. Si sa anche se ciò che intuiamo sembra non avere senso, non poter essere possibile o essere troppo difficile.

Per questo seguire un’intuizione è molto difficile perché sebbene la sua voce possa essere molto forte dentro di noi, talvolta all’esterno ci sono voci che fanno più rumore. Ma è soprattutto all’interno di noi che la voce dell’intuizione viene spesso sovrastata dalle urla della paura, dell’ansia, del dolore, della sfiducia. Tutte voci che si mescolano e prendono spazio a discapito dell’intuizione. Perciò per allineare le nostre azioni alla nostra intuizione, cioè per poterle dare ascolto e poter poi concretizzare quello che ci suggerisce è necessario riconoscere ad una ad una tutte queste voci. Chi è che sta parlando?

Quanto è difficile distinguere la voce dell’ansia e della paura dalla voce del desiderio e del nostro autentico sé che chiede di trovare compimento?

L’intuizione assume per questo il carattere della chiamata. Se rispondiamo alla chiamata dell’intuizione siamo chiamati prima a riconoscere la voce della paura, e solo dopo potremo sentire sempre più chiara e nitida la nostra voce più autentica, il cui frammento l’intuizione ci porta.

Molte volte però non siamo pronti a rispondere, non siamo pronti a guardare dentro. Forse non crediamo di poter sopportare il peso che esso comporta. Forse non crediamo di potercela fare, o semplicemente non vogliamo. Quante volte nel quotidiano seguiamo o andiamo contro le nostre piccole o grandi intuizioni?

Quante volte le nostre intuizioni però si sono rivelate ‘sensate’?

Non è tanto il contenuto finale dell’intuizione, ovvero la meta, ad essere importante: infatti, talvolta anche quando seguiamo le nostre intuizioni non significa che il contenuto dell’intuizione sarà perfettamente uguale a quello concreto e reale. Ma lo sarà nella sostanza, perché a contare è il processo di trasformazione che esso ha generato. Importa il processo che porta a credere possibile ciò che prima non si credeva possibile. Significa che è tutto possibile? Che se ci aspettiamo una cosa, questa se ci impegniamo abbastanza si realizzerà? No, non significa questo. Significa farla per il gusto di farla, perché permette di esprimere una parte di noi profonda che non aveva visto la luce fino a quel momento. Questo è ciò che importa di un’intuizione: seguirla non tanto perché ci porti alla meta sperata e attesa (che comunque è impossibile dimenticare) ma perché nel seguirla ci porta a guardare dentro di noi.

E’ come dire io amo una persona perché voglio essere amata da lei, io ti amo perché ho bisogno di te – diceva Fromm. In questo tipo d’amore resta la paura di non essere amati (di essere feriti: abbandonati, rifiutati, traditi ecc) e allora si dà perché si vuole ricevere, che è molto diverso dall’amare per amare, dal dare per esprimere chi si è, che supera la paura di non ricevere ovvero di non essere amati, perché si accetta il rischio di poter essere abbandonati, traditi, rifiutati, perché si accetta di poter essere sempre feriti, come siamo stati feriti tanti anni prima.

Di questi temi continuerò a parlare nelle prossime 5 (ultime) puntate del podcast Relazioni, che usciranno per 5 mercoledì di fila a partire da giorno 31 gennaio.

L’obiettivo del podcast in generale è quello di provare a fare un po’ di educazione relazionale.
Il primo episodio in uscita il 31 gennaio è intitolato proprio “Educazione relazionale”.

Educare viene dal latino ex – ducere e significa letteralmente “condurre fuori”. Educare significa perciò condurre fuori il dono (il daimon, il senso, lo abbiamo chiamato) che è dentro di noi, in profondità.
Per farlo, dobbiamo quindi imparare a conoscere le nostre paure e ferite emotive più profonde, che limitano l’accesso e l’espressione del dono.

In questo senso, ritengo che l’educazione relazionale sia educazione alla consapevolezza di sé, e che questa non possa prescindere da una cultura del e sul trauma, che ne esplora le origini e le credenze apprese ad esso associate. Conoscere e fare luce sulle ferite e su tali credenze assolute e rigide ad esse associate, che si basano su una forma di negazione dell’altro, può permettere di trasformarle (mai di eliminarle). Abbracciando la paura di non poter essere, fare o avere altro (e quindi dover essere) possiamo trasformarla in fiducia di poter essere pienamente noi stessi.

Per intraprendere una simile impresa di consapevolezza e trasformazione personale ci viene in aiuto la tecnica e la struttura narrativa del viaggio dell’eroe. Ciascuno di noi è una storia. Come esseri umani siamo esseri relazionali, che danno senso. Il racconto che facciamo a noi stessi e agli altri della nostra storia è il modo più umano di dare senso e creare relazioni tra ciò che accade fuori e dentro di noi.

Imparare a raccontare allora è imparare anche a costruire relazioni, a dare senso.
Per imparare ad amare allora occorre imparare a raccontarsi a sé stessi e poi raccontarsi agli altri.

 

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