Era il 2019 quando ho compreso per la prima volta il significato della storia di Laura Salafia.
“Un destino sfortunato” direbbero molti e devo averlo pensato anche io quando 9 anni prima, nel 2010 i quotidiani locali davano notizia della sparatoria avvenuta in piazza Dante, di quel proiettile che aveva colpito una studentessa universitaria che, senza colpe, si trovava lì, a due passi dalla sua università, alla facoltà di Scienze Umanistiche di Catania, lasciandola tetraplegica.
Davvero una sfortuna, lei non aveva colpe certo, era capitata nel posto sbagliato, al momento sbagliato, Chi ha sparato è stato giustamente dichiarato colpevole e condannato. Ma tutto ciò che la semplice cronaca dei fatti riporta da sola non dà senso a questa storia.
Quando nelle nostre vite succedono eventi particolarmente tragici o comunque inattesi e imprevedibili, o semplicemente eventi diversi da quello che pensiamo sia giusto per noi, fatichiamo a trovargli un senso. Quando eventi simili accadono sconvolgono le nostre vite, tutto ciò che fino a quel momento aveva avuto un senso pare che non ce l’abbia più. Smarrimento, angoscia, vuoto interiore: perdiamo i nostri punti di riferimento e le semplicistiche attribuzioni che siamo soliti fare non bastano a dare un senso alla sofferenza che sentiamo.
Nel caso di Laura Salafia, per dare un senso alla sua storia, non è sufficiente dare la colpa a chi ha sparato, non è sufficiente nemmeno dire che sia colpa del caso o della sfortuna. È vero, nessuno di noi ha il potere di controllare, di prevenire o di evitare simili eventi, eppure ciascuno di noi può scegliere come reagire a quegli eventi “altri” della nostra vita. Può scegliere se negare ciò che è avvenuto o può scegliere se accettarlo. Può scegliere se trovare un senso a ciò che è accaduto e trasformarlo in un’occasione di rinascita, con un lungo e paziente lavoro su sé stessi.
Ho compreso veramente per la prima volta questa storia quando ho letto “Una forza di vita“, un libro-diario scritto da Laura Salafia come testimonianza della sua vita dopo l’incidente. Lo lessi per il corso di Storia e tecnica del giornalismo del professore Di Fazio, che stavo frequentando al Monastero dei Benedettini.
Dicevo, era il 2019. 4 anni fa. Proprio in quel periodo succedevano cose nella mia vita alle quali non riuscivo a trovare senso, per questo probabilmente le parole di Laura Salafia risuonarono così forti in me da farmi piangere a dirotto mentre le leggevo durante l’esame. Quell’anno per me fu anche l’anno in cui ho iniziato a sentire.
“Mi trovo su una sedia a rotelle e la mia vita non è più la stessa. A chi mi chiede se valga la pena vivere in queste condizioni rispondo: ognuno di noi ha un percorso da seguire e credo che nulla accada per caso. Io, per quanto posso, guardo in faccia la sofferenza e, nonostante essa sembri essersi cucita addosso a me, ogni mattina quando mi sveglio mi ritrovo una letizia nel cuore. Sono circondata da persone che mi vogliono bene, non mi sento tradita dalla vita. Ho sempre avuto fame di vivere e questa fame non è mai venuta meno in me. Non credo sia questione di carattere. Direi piuttosto di fede.”
Quando accade un evento tragico e inaspettato, come una perdita, una malattia, la morte di qualcuno che amiamo, riuscire ad elaborare l’evento, riuscire ad accettare che è altro rispetto a quello che credevamo giusto per noi non è facile.
Eppure questi eventi sono una lezione, dalla quale possiamo imparare e crescere se siamo disposti a vivere la sofferenza. È nel sentire e nel vivere il vuoto interiore, la sofferenza che queste perdite ci causano, nel farci “aprire” da questi eventi, che lentamente può nascere la comprensione, possiamo comprendere il perché della sofferenza e rinascere.
Quest’anno è stato un altro anno di grandi sconvolgimenti nella mia vita. Quante volte mi sono chiesta che senso avesse la mia vita, e chissà quante altre volte mi accadrà. Tante volte mi sono domandata perché determinate cose non sono andate come avrei voluto, perché la mia vita aveva assunto una forma totalmente altra da quello che volevo o che mi aspettavo.
In tutti questi momenti ho sempre cercato di vedere oltre, mi sono detta “forse non era più giusta per te, quella di cui avevi realmente bisogno, o forse non è il momento giusto”, me lo sono detto ogni volta che cercavo spiegazione a tutte le cose che non sono andate come volevo, dalle più importanti alle più banali.
Come Laura non ho mai smesso di credere che tutto ciò che ci accade ha un senso. Troppe volte abbiamo una visione limitata, semplicistica e difficilmente riusciamo a vedere le cose nel loro insieme, se non a posteriori con il senno del poi. Quando abbiamo fede (non necessariamente una fede religiosa) però, è come se questa visione si allargasse e riuscissimo a tenere insieme più punti di vista, ad avere una prospettiva più completa e più complessa. Iniziamo a vedere oltre i fatti, oltre ciò che ci accade, iniziamo a sentire (con tutti i sensi) e a trovare il nostro particolare e unico senso alla vita. La nostra strada. Chi siamo.
La vita spesso ci costringe a perdere e lasciare andare qualcosa, non possiamo controllarlo o evitarlo, anzi più ci attacchiamo, più neghiamo l’imprevedibilità della vita, più violenza, distruzione e sofferenza ci imponiamo. Ma nell’accettare l’imprevedibilità, l’incertezza, la perdita come parte della vita abbiamo la possibilità di trasformare ciò che ci accade, di imparare, di crescere e di fare spazio a qualcos’altro che nemmeno crediamo possibile.
Fede è credere possibile l’impossibile, che il dolore possa trasformarsi in gioia, solo se siamo disposti a sentire fino in fondo. Solo se siamo disposti a vivere. Così anche se non sappiamo cosa accadrà, sappiamo che qualsiasi cosa accadrà saremo in grado di affrontarla.
Quest’anno, il 9 giugno scorso Laura Salafia ha ricevuto la laurea honoris causa in Filologia Moderna, coronando il sogno di conseguire la sua seconda laurea. Oggi, 16 ottobre 2023 è morta.
Oggi, nuovamente ho compreso la storia di Laura Salafia. La sua testimonianza di fede e amore per la vita ha aiutato a dare un senso anche alla mia.
Grazie Laura.





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