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Ritornare all’infanzia per stare bene con sé stessi e con gli altri

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Ritornare all’infanzia e fare i conti con le proprie ferite e mancanze è il passo necessario per dissolvere la sofferenza, per permettere la crescita personale e per imparare ad amarsi.

Nonostante oggi sia aumentata la consapevolezza e la sensibilità collettiva, è ancora difficile parlare di infanzia, famiglia e benessere individuale. Eppure, la maggior parte dei problemi psicologici che come individui abbiamo oggi hanno origine e ricaduta sociale. Voglio dire che buona parte dei disagi mentali, di ordine psicologico ed affettivo – non psichiatrico – sono problemi relazionali, ovvero hanno origine nelle relazioni significative della nostra infanzia.

Con relazioni significative si intende il contesto sociale e soprattutto l’ambiente familiare: i genitori, mamma e papà, o i caregiver, chi ne ha fatto le veci, nonni o zii, o fratelli e sorelle, e così via. Il contesto familiare in cui siamo cresciuti, il modo in cui siamo stati educati, le cose che ci sono state insegnate o che abbiamo vissuto e sentito durante l’infanzia influenzano moltissimo quello che siamo oggi. I nostri pensieri, le nostre convinzioni sul mondo, le nostre azioni e soprattutto le nostre relazioni. Sia la relazione che abbiamo con noi stessi, sia la relazione che abbiamo con gli altri: amici, parenti, partner e con il mondo esterno in generale.

A partire dalla fase adolescenziale, molti o moltissimi di noi iniziano a manifestare sintomi di disagi emotivi – più o meno gravi – frutto di traumi del passato, o di ferite o mancanze, ossia di bisogni non soddisfatti durante l’infanzia che rimangono irrisolti nel tempo se non si sceglie di affrontarli.

Tralasciando i traumi gravi, come violenze fisiche e abusi, portare dentro di sé ferite o mancanze dall’infanzia è invece una cosa comunissima. A dire il vero, io non credo che ci sia qualcuno che non ne abbia una, a prescindere se è nato in una famiglia agiata o no. La povertà, la classe sociale della famiglia, nemmeno il sesso o il genere della persona hanno importanza in questo caso: siamo – chi più, chi meno – tutti accomunati da una mancanza. Ciò significa che, a più livelli ognuno di noi, nel processo educativo non ha visto soddisfatto uno o più bisogni.

I bisogni umani sono stati descritti nella teoria psicologica da Abraham Maslow in a Theory of Human Motivation. Secondo l’autore esistono dei bisogni fisiologici che richiedono di essere soddisfatti con priorità e questi sono: respiro, alimentazione, sonno,  sesso/riproduzione, omeostasi ecc; a questi seguono bisogni di sicurezza, integrità fisica, protezione, che includono anche sicurezza di proprietà, occupazionale e morale. Al terzo gradino della scala, i bisogni di appartenenza: amicizia, affetto, intimità; al quarto livello autostima, rispetto reciproco ed in ultimo bisogni di autorealizzazione.

Il problema sorge nel momento in cui, quando cresciamo, iniziamo a percepire sintomi di disagio interiore, di inquietudine, di vuoto. Oggi i sintomi più comuni sono insicurezza, ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo ma anche per l’appunto problemi relazionali, incapacità di creare identità e confini stabili tra sé e gli altri, avere rapporti profondi e soddisfacenti o instaurare relazioni disfunzionali, tossiche e non sane. Alle volte i sintomi del disagio si esprimono nel corpo stesso attraverso somatizzazioni, ad esempio: colon irritabile, malattie alla pelle, tensioni muscolari alla schiena o alla cervicale eccetera. In tutti quei casi dove non esiste una reale causa organica, il disagio ha origine emotiva, e il corpo ci manda dei segnali per ascoltare il disagio che stiamo vivendo dentro di noi.

Per stare bene con noi stessi, e di conseguenza successivamente anche con gli altri, quello che ci viene chiesto è di ascoltare noi stessi. Di ascoltare quelle mancanze che sono dentro di noi. Fare una cosa di questo tipo non è affatto facile. Occorre coraggio per guardare quell’Altro che è dentro di noi, per mettersi in ascolto di quella mancanza. Il desiderio deve essere più forte della paura, altrimenti il viaggio non può compiersi.

Inoltre per fare una simile operazione, ossia per intraprendere il viaggio alla scoperta di sé stessi, per rendere conscio ciò che è inconscio, per scendere in profondità, per scavare nel passato e nella propria infanzia, per rendere manifesti schemi di pensiero, comportamenti, condizionamenti, difese e resistenze abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi, che ci sostenga. Oggi questa guida, questo mentore-aiutante, è la figura di un bravo psicologo o terapista.

È parlando e raccontando al terapeuta di noi, della nostra storia, delle nostre emozioni e delle nostre relazioni, che possiamo analizzare ciò che portiamo dentro, che possiamo portarlo alla luce e renderlo auto-evidente. L’intero processo – non lineare di certo – ci spinge a metterci in discussione, a mettere alla prova ciò che sempre stato ovvio per noi, talvolta ad individuare pensieri irrazionali e comportamenti disfunzionali, che invece ci hanno causato a lungo sofferenza. Perché la sofferenza allora?

Nell’omonimo libro “Perché la sofferenza. Il salutare incontro con la propria storia personale“, lo psicologo J. Konrad Stettbacher crede che sia necessario il ritorno all’infanzia e alle mancanze e alle ferite che abbiamo subìto, anche involontariamente per dissolvere la sofferenza e per permettere la crescita personale. Il ritorno all’infanzia, il faccia a faccia con la propria storia non è certo indolore, non all’inizio almeno. Ed è fatto di alti e bassi, perciò richiede coraggio, costanza, pazienza e determinazione. Richiede soprattutto capacità di sperare e credere che il cambiamento sia possibile.

L’individuo che mosso dalla sofferenza e dal desiderio di cambiare si mette alla ricerca di sé e ritorna alla sua infanzia, per mettere in discussione – senza cancellarle o ripudiarle – le basi su cui poggia la sua vita, potrà fare i conti con quelle mancanze e imparare a diventare genitore di sé stesso. Potrà imparare a darsi da sé quello che gli è stato in qualche modo negato ed imparare ad amare sé stesso. Solo quando avrà iniziato ad amare sé stesso, accogliendo le sue emozioni, potrà fare ritorno a casa. Solo allora, potrà iniziare ad amare anche gli altri.

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