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La società della cura e il capitalismo: come coltivare una vita buona?

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Come è possibile oggi vivere e stare bene? Come è possibile coltivare una vita buona?

Ritengo che ogni buona teoria filosofica e sociologica di ampio respiro, alla fine debba tentare di rispondere a queste domande, offrendo un modello, che di volta in volta si adatti tanto alle specificità della società e dei tempi in cui vive l’autore ma che possa in qualche modo anche valicarli e andare oltre.

Per provare a rispondere a queste domande io mi sono concentrata nel provare a costruire un modello centrato sull’etica della cura. Ne consegue che occorre costruire una società omonima: una società della cura. Per come la intendo io la società della cura porta valori di resistenza al capitalismo dominante, ovvero contrasta con l’accelerazione e la velocità così come con la mercificazione delle persone e delle relazioni, con l’ossessione alla produttività e alla performance.

Sebbene ciò possa significare costruire una sottocultura di resistenza, La società della cura prende forma ogni volta che si recupera un diverso significato del tempo. Non più tempo come denaro, risorsa da ottimizzare e non sprecare, bensì tempo lento, riflessivo, talvolta persino immobile. Un tempo che potremmo definire di “improduttività produttiva”: quello spazio in cui diventa possibile riconoscere i propri pensieri ed emozioni, ma anche osservare e ascoltare l’altro, dentro e fuori di noi.

La cura, infatti, richiede tempo. E proprio il tempo è ciò che la nostra società sembra sottrarci se non addirittura rubarci. Nella logica capitalistica, ogni momento deve essere produttivo, performante, ottimizzato: lavorare 8-12 ore al giorno, correre, ridurre al minimo tutto ciò che non produce valore economico immediato. Così si perde il tempo per le attività quotidiane più semplici, passeggiare, riflettere, cucinare, prendersi cura di sè  e, il tempo di qualità per le relazioni.

A partire da questa constatazione, mi sono chiesta: è questa la vita che voglio vivere? È davvero una vita che permette di stare bene? Si tratta, probabilmente, di una domanda sempre più condivisa, soprattutto dalle nuove generazioni, che tendono a riconoscersi in valori post-materialisti. In questo contesto, il modello tradizionale del lavoro, quaranta ore settimanali in ufficio, entra spesso in tensione con bisogni percepiti come sempre più essenziali: la salute mentale, le passioni personali, le relazioni.

Siamo una società che vuole stabilità e sicurezza economica ma è sempre meno disposta a barattarla per la propria libertà, ma restiamo una società che continua a faticare nel trovare un delicato equilibrio tra questi due bisogni umani fondamentali. Sicuramente non esiste una ricetta valida per tutti, ma ritengo che per costruire un modello nuovo occorra a livello sociale partire dalla concezione di tempo. Non solo come vediamo il tempo, ma di conseguenza come lo impieghiamo, e in che misura per le diverse sfere della nostra vita.

In questo senso, il contributo di diversi autori contemporanei aiuta a interpretare la condizione attuale. Accanto alle riflessioni di Bauman, Giddens e Byung-Chul Han, così come alle prospettive neo-marxiste, il sociologo tedesco Hartmut Rosa, appartenente alla terza generazione della Scuola di Francoforte, individua nell’accelerazione una categoria chiave. L’accelerazione, alimentata dalla competitività capitalistica, produce in molti di noi una sensazione costante di essere in ritardo su tutto, fino a generare forme di alienazione che spesso contribuiamo noi stessi ad alimentare, prolungando il tempo del lavoro.

Il paradosso è che il sistema capitalistico cerca la propria stabilità proprio attraverso un dinamismo incessante di crescita. Da qui la sensazione diffusa che non vi sia alternativa al correre, al produrre, al performare. Ma è davvero così? Le opzioni sembrano ridursi a un bivio: rallentare o accelerare ancora di più.

Già Serge Latouche, riflettendo sull’economia globalizzata, aveva proposto il concetto di decrescita, mettendo in discussione l’idea di una crescita infinita. Se vogliamo immaginare un modello sostenibile, tanto sul piano economico quanto su quello esistenziale, diventa necessario riconoscere i limiti di una logica fondata sulla crescita costante.

In questo scenario, Hartmut Rosa propone una possibile “terza via”: il concetto di risonanza. Un’idea che attraversa anche la psicologia e alcune tradizioni filosofiche orientali e mistiche. Rispondere al mondo in termini di risonanza significa entrare in relazione autentica con ciò che ci circonda e con gli altri, ascoltandoli senza ridurli a oggetti da controllare o trasformare secondo i nostri scopi.

In questo scenario, Hartmut Rosa propone una possibile “terza via”: il concetto di risonanza. Un’idea che attraversa anche la psicologia e alcune tradizioni filosofiche orientali e mistiche. Rispondere al mondo in termini di risonanza significa entrare in relazione autentica con ciò che ci circonda e con gli altri, ascoltandoli senza ridurli a oggetti da controllare o trasformare secondo i nostri scopi.

Questa prospettiva ha implicazioni profonde anche sul piano educativo e pedagogico. Educare alla risonanza significa educare alla relazione, alla cittadinanza, alla sostenibilità, in ultima analisi, alla possibilità di una vita buona.

Per come la intendo, tutto questo si radica nell’idea stessa di ri-sonanza: suonare insieme, in modo reciproco. Da qui deriva l’importanza di una società della cura e di un’educazione relazionale, capace di integrare l’altro — sia quello che incontriamo fuori di noi, sia quello che abita dentro di noi.

In questa direzione, risuonano le parole di Carl Rogers: “La vita buona non è uno stato dell’essere, ma un processo. È una direzione, non una destinazione.”

Questa è la ricetta complessa, universale quanto allo stesso tempo declinabile in molteplici strade e percorsi di vita possibile, che permette di imparare a pensare, amare e vivere bene.


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