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Le parole ci salveranno – #12 Salvezza

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La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato dal luglio 2023 al maggio 2024. La dodicesima puntata era sul tema della salvezza.

“A quanto possiamo discernere, l’unico scopo dell’esistenza umana è di accendere una luce nell’oscurità del mero essere.”

“Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita.”

“La rinascita, nelle sue varie forme di reincarnazione, resurrezione e trasformazione, è un’affermazione che deve essere contata tra le prime affermazioni dell’uomo.”

“La mia vita è la storia un’autorealizzazione dell’inconscio.”

“Perfino le persone più care non sono la meta e il fine della ricerca d’amore, ma simbolo della nostra anima.”

Le citazioni che ho riportato per quest’ultima puntata appartengono allo psicanalista Carl Gustav Jung, il cui pensiero ha fortemente ispirato lo sviluppo di questa newsletter. Per l’ultima puntata, quindi, cercherò di tirare le somme di quanto vi ho detto nelle precedenti parlando di salvezza, intesa come il modo che ognuno di noi deve riuscire a trovare per vivere bene.

Questa newsletter ha messo al centro sin dalla prima puntata il tema della consapevolezza, della conoscenza di sé e della fiducia. Nella precedente puntata sul perdono, vi ho detto che per fidarci occorre volere conoscere. La volontà e la disposizione a conoscere, a vedere la verità.

Conoscere significa apprendere con la ragione, con l’intelletto. Eppure per conoscere, per voler conoscere occorre una spinta emotiva forte, anzi un sentimento profondo e duraturo. Conoscere infatti è la strada lunga, che richiede studio, impegno, perseveranza, pazienza. Che sono tutte virtù, disposizioni e atteggiamenti umani che richiedono tempo. Molte volte preferiamo ignorare, perché ci manca quel forte sentimento che ci spinge a voler conoscere. Chi ignora, chi non vuole conoscere la verità però è bene che sappia che rimane nella paura, nella negazione dell’altro, che fugge da sé.

La paura è forse l’emozione principale dell’essere umano, è del tutto normale, e in molti casi ci serve a sopravvivere. Appunto, a sopravvivere. Accettare la paura, accettare ciò che ci fa paura attraverso la conoscenza è invece la strada della fiducia. Anche in questo possiamo scegliere: se vogliamo conoscere o se vogliamo ignorare.

Lo stesso Jung diceva che “dove è la paura, lì è il nostro compito”. Le paure che abbiamo sono molteplici, ma mi pare che tutte riconducano più o meno ad una grande paura.

Sapete qual è la paura più grande e più profonda che abbiamo in quanto essere umani, in quanto esseri relazionali?

La paura di essere feriti dall’altro, la paura di non essere amati. Questa paura, ha in molti di noi, le radici nel tradimento originario della fiducia da parte del primo altro che incontriamo nella nostra vita: i nostri genitori o caregivers. Tale paura è però anche il limite alla conoscenza di noi stessi e alla realizzazione di chi siamo. E un limite all’amore per noi stessi e per gli altri. Ci fa rimanere immobili, ancorati, attaccati alla dipendenza, non ci permette di trovare autonomia e interezza. Perché non ci permette di essere quell’altro, che non abbiamo potuto essere e che ancora neghiamo a noi stessi.

In termini psicologici, possiamo dire che ognuno di noi ha delle paure e ferite emotive, con diversi livelli di gravità a seconda di quali e quanti bisogni non sono stati soddisfatti nella nostra infanzia. Da queste ferite noi impariamo che per essere al sicuro, che per essere amati non possiamo essere, avere o fare qualcosa, che non è possibile essere ciò che in realtà siamo perché è pericoloso, perché perderemmo l’amore di cui abbiamo bisogno.

Non possiamo, ad esempio, ascoltare le nostre emozioni se queste vengono invalidate dai nostri genitori, se veniamo sgridati e ci viene detto “non piangere” impariamo che non è possibile piangere(che è pericoloso farlo), che non possiamo provare quelle emozioni, che dobbiamo silenziare le nostre emozioni, perché se le ascoltiamo non veniamo amati.

Questo era solo un esempio per far capire che impariamo molte volte per provare sicurezza “dobbiamo” essere in un modo e non “possiamo” essere altro. Non possiamo provare le nostre emozioni, non possiamo avvicinarci agli altri oppure al contrario non possiamo allontanarci, non possiamo prendere iniziativa, fare da noi.

Impariamo a pensare in modo rigido e assoluto, perché dall’esperienza concreta che abbiamo vissuto astraiamo e generalizziamo fino a formare degli schemi di pensiero fissi e automatici, che ci guidano nell’azione. A partire dai nostri bisogni non sodisfatti, da come siamo stati trattati, noi abbiamo imparato come “dover essere, cosa dovere avere e cosa dover fare” per sentirci al sicuro, così che quelle diventano la nostra modalità di risposta automatica anche nelle nostre relazioni future. In questo modo, continuiamo a negare a noi stessi di essere pienamente ciò che siamo.

Oggi probabilmente dobbiamo imparare anche a fare il percorso inverso, prendendo consapevolezza di questi pensieri assoluti (devo essere, fare, avere) per capire che invece “possiamo” essere altro, e possiamo di conseguenza cambiare quei comportamenti che ci fanno stare male per la loro rigidità che non corrisponde alla verità, di ciò che siamo o di ciò che vogliamo essere.

Le relazioni sane implicano quell’equilibrio tra distanza e vicinanza, che si ottiene nella reciproca accettazione dell’altro, di poter essere, fare, avere altro, quell’altra parte di noi che non siamo potuti essere. Che si ottiene con la fiducia. E con la conoscenza che è apertura all’altro.

La ferita è un’apertura nella pelle, nel cuore, nell’anima. Tutti condividiamo la ferita di essere al mondo, ma la soluzione non è ignorare di essere feriti, chiudere la ferita. Perché chiudere questa ferita è un po’ morire lentamente. Essere feriti, essere vulnerabili e non negare questa condizione bensì accettarlo significa aprirsi, per poter dare e ricevere amore. Il rischio di fidarsi, ho detto è essere traditi ed essere feriti, ma dobbiamo accettare questo rischio per vivere davvero. Accettando in primis le ferite, le paure e le debolezze che ci portiamo dentro.

Possiamo intendere la vita in tanti modi. Con tante metafore, anche contemporaneamente. A me piace pensare alla vita come un viaggio di scoperta, di conoscenza dell’altro, che è come ormai sapete in primis dentro di noi. Io credo che ogni cosa abbia un senso nella vita. Chiederci quale senso ha ciò che ci accade, conoscere e trovare un senso è ciò che ci permette di imparare. Nella vita si può sempre imparare, se si vuole.

Non possiamo negare di essere stati feriti e di aver paura di non essere amati, però il modo che abbiamo imparato per sentirci al sicuro, per trovare la salvezza non va più bene. Non ci fa stare bene, perché continua ad impedirci di essere quell’altro che in realtà siamo o va contro chi vogliamo essere. Contro il nostro daimon.

E se continuiamo ad andare con quello che abbiamo appreso rischiamo di continuare a vivere nella paura, ergo a sopravvivere. Così ci ammaliamo, nel corpo e nella mente, nell’anima.

Per vivere bene dobbiamo trovare la nostra felicità. Dobbiamo trovare il modo, la strada per esprimere, per dare noi stessi, la strada per imparare ad amare. Jung dice che le persone più care, quelle che amiamo non sono la meta e il fine della ricerca d’amore ma sono il simbolo della nostra anima. Cosa intende? Simbolo letteralmente è l’opposto di diabolico di cui abbiamo parlato la scorsa settimana. Viene dal greco, dai termini sym e ballo, e significa mettere insieme. Perciò è l’amore che proviamo quando ci fidiamo di noi stessi e degli altri, quando scegliamo di conoscere, è ciò che ci permette di tenere insieme la nostra anima, di realizzarla pienamente. Che ci permette di trovare quel senso unico e particolarissimo che ha la nostra vita.

Usando le parole di Kafka è “l’amore che ci spinge verso le vette più alte e gli abissi più profondi”. E per vivere davvero dobbiamo essere disposti anche a conoscere quegli abissi, quelle profondità di cui non conosceremo mai il limite.

Solo dare voi stessi, trovare la vostra vera strada, dare ascolto alla chiamata della vostra anima, vi renderà felici. Questa è la strada che io chiamo la strada verso casa. Che non è una destinazione, ma come dice Nagib Mahfuz “casa è dove cessano tutti i tentativi di fuga“.

Quando avrete scelto voi stessi, quando avrete trovato il modo di dare e di essere voi stessi, il modo di amare, quando avrete scelto giorno per giorno la vostra felicità, allora potrete anche scegliere qualcun altro veramente senza più fuggire, qualcuno con cui continuare a crescere insieme. Letteralmente insieme, due individui che vanno nella stessa direzione e allo stesso tempo, pur essendo diversi, pur essendo due individui separati (e non mescolabili).

Così quando ciascuno avrà trovato la propria felicità, la propria casa, allora potrete condividere davvero la felicità l’uno con l’altro, senza che questo sia un sacrificio o una rinuncia. La felicità condivisa non sarà dimezzata bensì verrà raddoppiata.

Solo attraverso la disposizione verso la conoscenza, l’apertura e l’accettazione dell’altro è possibile costruire una società della fiducia, dove non si elimina l’incertezza, non si elimina l’altro, ma gli si trova un posto e un modo per poter essere.

Per superare la paura di essere altro, la paura di non essere accettati, di non essere amati che è il vero ostacolo alla piena realizzazione di chi siamo non basta però solo volere conoscere quell’altro che è dentro di noi, bisogna credere anche che sia possibile. Credere di riuscire, di farcela, anche quando niente è certo, quando niente è assicurato. La capacità di credere possibile ciò che è stato impossibile.

Questa per me è la capacità di avere fede. Non intendo una fede religiosa. Jung diceva: “La maggior parte dei miei pazienti non era composta da credenti ma da coloro che avevano perso la fede”.

Avere fede non significa affidarsi ciecamente e attendersi che le cose possano quasi per magia andare bene o cambiare. Non significa solo sperare, ma mettersi d’impegno affinché le cose possano concretizzarsi, e allo stesso tempo sapere che non tutto dipende dal nostro sforzo. Ciò significa che non tutto ciò che vogliamo possiamo ottenerlo, quantomeno non subito, alcune volte mai, ma ciò non significa che dobbiamo smettere di andare avanti. Avere fede comporta distinguere quando è il caso di insistere e quando è il caso di smettere. Significa essere consapevoli delle difficoltà presenti e future, ma nonostante queste continuare ad andare, credere che qualunque cosa accadrà, sarà ciò che ci serve per crescere e che troveremo quindi il modo di affrontarla.

La capacità di avere fede più della volontà e della disposizione a conoscere l’altro ha una componente fortemente emotiva. La capacità di avere fede è un sentimento duraturo che difficilmente può essere spezzato nonostante le avversità, perché la capacità di avere fede è quella che più profondamente ci parla di noi, di chi siamo nel profondo, è quella più fortemente legata alla nostra anima. E’ quella capacità di credere, vedere, sentire (con tutti i nostri sensi) e non dimenticare mai che la nostra vita ha un senso particolarissimo, unico ed inestimabile da scoprire ogni giorno.

La disposizione alla conoscenza, all’apertura e la capacità di credere, fiducia e fede: sono queste due capacità che possiamo ancora imparare per vivere bene.

A mio avviso, è qui che si trova la salvezza.


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