La newsletter “Le parole ci salveranno” è stato un progetto curato tra il luglio 2023 e il maggio 2024. La nona puntata metteva al centro il tema della vocazione.
“Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi
sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve
un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è
unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo
tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon
che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del
disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro
destino”.
Dobbiamo prestare particolare attenzione all’infanzia, per cogliere i primi segni del daimon all’opera, per afferrare le sue intenzioni e non bloccargli la strada. Le altre conseguenze pratiche vengono da sé: a) riconoscere la vocazione come un dato fondamentale dell’esistenza umana; b) allineare la nostra vita su di essa; c) trovare il buon senso di capire che gli accidenti della vita, compresi il mal di cuore e i contraccolpi naturali che la carne porta con sé, fanno parte del disegno dell’immagine, sono necessari a esso e contribuiscono a realizzarlo.
Questo libro ha per argomento la vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme, sostanziano la “teoria della ghianda”, l’idea, cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.
Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada.
Le citazioni che avete appena letto provengono dal libro Il codice dell’anima di James Hillman e ci permettono oggi di parlare di vocazione.
Il termine vocazione viene dal verbo latino “vocare” che significa chiamare. La vocazione è quindi una chiamata. Il termine è spesso usato in ambito religioso per intendere la chiamata di Dio a coloro che diventano suore o frati, ma il termine è oggi molto utilizzato sia in ambito lavorativo- professionale, quanto in termini psicoanalitici e spirituali.
E’ in quest’ultima accezione che ne parla Hillman, seguace e allievo di Jung. La vocazione quindi è ciò che siamo chiamati ad essere in questa vita, il suo senso particolarissimo ed unico, unico di ciascuno di noi, che è in qualche modo inscritto, secondo l’autore, nell’anima.
Qual è il senso, personale, unico e singolarissimo della tua vita? – una domanda da un milione di dollari probabilmente, alla quale, spesso rinunciamo a dare una risposta. Eppure Hillman suggerisce che occorre decifrare il codice dell’anima per scoprirlo. Facendo riferimento al mito di Er raccontato da Platone, Hillman riprende il concetto di daimon, termine greco tradotto impropriamente demone, ma che è più che altro il genio nascosto, profondo ed inconscio che è dentro di noi, che abita la nostra anima. Per altri da intendere come una sorta di angelo custode che ci guida. Forse potremmo vederlo anche come un talento innato, un dono, una capacità particolare o una virtù.
Il daimon è comunque inteso come una forza che ci porta alla realizzazione di chi siamo. Perciò occorre secondo Hillman, cercare di decifrarne il codice dell’anima facendo attenzione alle manifestazioni, che ci sono sin dall’infanzia, sin dai primi attimi di vita, di questo daimon per poterlo assecondare e non bloccargli la strada. Molte volte invece l’ambiente sociale e familiare, il processo di educazione, come detto in precedenza, non volontariamente, è come se limitassero, bloccassero questo daimon. E noi stessi impariamo a rifiutare questo daimon. Ed è normale che sia così. I condizionamenti esterni, anche gli impedimenti in un certo senso, farebbero parte del processo necessario alla realizzazione di chi siamo.
La malattia, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, in questo senso potrebbe essere interpretata anche come un disallineamento con ciò che siamo chiamati ad essere, con la nostra vocazione e con il nostro daimon. Jung affermava: “se non capiamo le immagini dell’inconscio, o rifiutiamo la responsabilità morale che abbiamo nei loro confronti, vivremo una vita dolorosa”.
Tuttavia, la stessa malattia è anche l’occasione attraverso la quale capire che stiamo sbagliando strada e che dobbiamo correggere la rotta. La guarigione allora ha a che fare con il seguire la vocazione. Ciò non ci impedisce certo di uscire altre volte fuori strada. Il cammino della vocazione non è un percorso lineare: seguire il daimon non è tanto una meta, bensì un modo di andare improntato sulla auto-consapevolezza e sulla fiducia.
Il concetto di daimon e di vocazione si inserisce pienamente nella psicologia junghiana legandosi al concetto del processo di individuazione, ovvero quel processo che ci conduce a diventare noi stessi, ciò che realmente siamo. Per fare ciò occorre una separazione dai modelli e da determinati schemi di comportamento e pensiero appresi dall’esterno. Per seguire noi stessi, ciò che realmente siamo, occorre in primis conoscersi. Vale sempre la massima dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”.
Tuttavia, dall’esterno spesso possono anche arrivare dei “segnali”, che ci guidano nel processo di scoperta, conoscenza e avvicinamento a noi stessi. Queste sono le cosiddette “coincidenze significative”, dette da Jung “sincronicità”: si verificano quando avvengono all’esterno degli eventi apparentemente casuali che però assumono un significato perché avvengono in contemporanea ad uno stato d’animo o sentimento interno.
I grandi eventi traumatici, come la malattia o la perdita o anche degli incontri particolari con l’Altro sono quelli che risvegliano l’individuo, offrono un’opportunità per sentire la propria vocazione, e muoversi verso ciò che siamo chiamati ad essere; mentre le coincidenze significative sono piuttosto delle “illuminazioni” lungo la strada che permettono di proseguire quando non si sa bene da che parte andare.
Come detto sopra, la vocazione, il daimon ha spesso una dimensione pratica e concreta, che si manifesta di pari passo al continuo lavoro di scoperta e conoscenza di sé. Questa dimensione pratica ha a che fare con le modalità visibili, di espressione della propria anima, che si rendono visibili in tutte quelle attività in cui riusciamo a dare noi stessi, quello che siamo. Per l’appunto quel dono, quella capacità particolare che emerge pian piano dopo essere stata sacrificata per tempo. Ma come si fa a capire quale è la propria vocazione? Come si fa a realizzare il vero Sé? Soprattutto dopo che per anni abbiamo vissuto fuggendo da questo?
Occorre chiedersi quali sono queste attività che quando le pratico sento di dare me stesso? Quale capacità (spesso senso-motoria, legata a qualche specifico senso e di riflesso anche alla sfera intellettiva ed emotiva) viene fuori, si estrinseca in queste attività? Molte volte tali attività si crede debbano coincidere con quelle che facciamo per professione e per lavoro, quando in realtà talvolta professione e vocazione possono non coincidere o coincidere solo parzialmente.
Vi faccio un esempio personale: io amo scrivere. Scrivere è una delle attività che mi permette di esprimermi al meglio, di dare me stessa dopo che ho elaborato con il pensiero ciò che ho letto, studiato o vissuto in prima persona. Mi piace dare un senso alle cose, osservare i fenomeni sociali, riflettere, farmi domande e tentare risposte, tenendo insieme più punti di vista. Per anni ho pensato che scrivere sarebbe stata anche la mia professione a tempo pieno. Oggi non lo escludo, ma non penso di dover necessariamente trasformarlo in un lavoro per realizzare me stessa. Perché non è tanto (e non solo) l’attività dello scrivere, quanto la capacità di osservare diversamente, di tenere più punti di vista insieme che mi appartiene.
E’ altrettanto vero che il lavoro che scegliamo di fare deve essere un lavoro che non limita o cozza con la realizzazione del nostro daimon, con il nostro genio, con la nostra capacità o con il nostro dono speciale. E non dovremmo mai forzarci in maniera contraria. Ma come detto prima anche gli errori e gli impedimenti servono a capire.
Ad esempio, quante persone hanno sbagliato corso di laurea prima di trovarne un altro più adatto a loro? Penso più di metà degli studenti. La verità è che orientarsi non è facile: capire chi vogliamo essere e cosa siamo chiamati a fare è spesso un processo per tentativi ed errori. Bisogna avere una grande consapevolezza di chi siamo stati e di chi siamo oggi per provare a capire dove vogliamo andare domani.
Oggi un’importante branca della Psicologia delle Risorse Umane è proprio incentrata sull’orientamento e sulla career guidance. Esistono molti test basati essenzialmente sulla personalità che cercano di rendere le persone più consapevoli di quali sono le loro attitudini e le professioni che potrebbero fare al caso loro. Tra i più famosi c’è il modello RIASEC formulato da Holland.
Il nome RIASEC deriva dalle prime lettere delle sei tipologie di personalità utilizzate nel test:
• Realistico: persone che preferiscono lavori pratici e concreti, come il lavoro manuale, la meccanica, l’agricoltura, la costruzione, ecc.
• Intellettuale-investigativo: persone che preferiscono lavori intellettuali e scientifici. come la ricerca. la scienza.
l’informatica, ecc.
• Artistico: persone che preferiscono lavori creativi e artistici, come la pittura, la musica, la recitazione ecc.
• Sociale: persone che preferiscono lavori che comportano l’interazione con gli altri, come la cura delle persone, l’insegnamento, l’assistenza sociale, ecc.
• Imprenditoriale: persone che preferiscono lavori che comportano la gestione e l’organizzazione come l’imprenditoria, la finanza. il commercio, ecc.
• Convenzionale: persone che preferiscono lavori che richiedono la precisione e l’organizzazione.
come la contabilità, l’amministrazione, il lavoro in ufficio, ecc.
In quali di queste tipologie vi riconoscete maggiormente? Magari vi sentirete appartenere a più di una, infatti il test potrebbe dare punteggi alti per più di una sfera. Rimando ad una versione gratuita del test RIASEC realizzato da INAPP per chi volesse provarlo.
Tuttavia, ciò che mi premeva comunicare è la necessità che abbiamo per stare bene di “centrarci”, di trovare un equilibrio che si allinei con il codice della nostra anima (sociale, artistica, convenzionale, intellettuale, realistica o imprenditoriale che sia, o che sia più cose di queste contemporaneamente). Per stare bene, per essere felici abbiamo bisogno così di allinearci con la nostra anima. Nel conoscerla per poterle dare ascolto e realizzarla.
Per poter auto-realizzarci però probabilmente, come sostiene lo psicologo Abraham Maslow, dobbiamo prima soddisfare i bisogni di ordine inferiore. Non solo quelli fisiologici, ma soprattutto il bisogno di sicurezza (fisica, economica, di salute, familiare eccetera). Sicurezza che probabilmente il più delle volte ad oggi ricerchiamo nel modo sbagliato, per come abbiamo appreso in vari modi negando l’altro. Negando ciò che ci fa paura.
E che per questo ci impedisce l’accesso ai bisogni di ordine superiore, ovvero ci impedisce di soddisfare davvero i bisogni di appartenenza, stima e autorealizzazione. Quindi è proprio sulla sicurezza che occorre lavorare per vivere bene. Sicurezza che non è più possibile trovare negando la paura, ma imparando ad accoglierla. Per poter sbloccare la strada agli altri bisogni e alla realizzazione di noi stessi e della nostra vocazione. Per la nostra felicità.
Non a caso il termine “eudaimonia” in greco, nato dalla parola “eu” bene e “daimon” che abbiamo appena visto, significa felicità. Allora la felicità starebbe proprio in questo: nel vivere seguendo e realizzando sé stessi, ciò che siamo stati chiamati ad essere e che è custodito in fondo alla nostra anima.
Per poterlo fare, dobbiamo prima essere disposti a vedere quegli ostacoli, quegli impedimenti, a riconoscerli per poterli superare e continuare ad andare avanti.
In questo senso la felicità è una scelta da compiere, giorno per giorno.



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